Putin, perché Zelensky ora non vuole negoziare? Tra forza, bluff e ultimatum, Kiev: «È il trucco dello zar»

La Russia si dice pronta a negoziare, però, unicamente se Kiev si arrende. Secondo il capo della diplomazia di Kiev, infatti, ora tutti si sono resi conto che non si possono più esercitare pressioni sull'Ucraina

Putin, perché Zelensky ora non vuole negoziare? Tra forza, bluff e ultimatum, Kiev: «È il trucco dello zar»
Putin, perché Zelensky ora non vuole negoziare? Tra forza, bluff e ultimatum, Kiev: «È il trucco dello zar»
di Cristiana Mangani
6 Minuti di Lettura
Martedì 13 Settembre 2022, 11:45 - Ultimo aggiornamento: 17:58

La Russia torna a parlare di negoziati, ma l'Ucraina non ci crede. E' l'ennesimo bluff che arriva proprio mentre l'offensiva di Kiev si fa più massiccia. Il ministro degli Affari esteri ucraino Dmytro Kuleba lo ha ribadito durante un collegamento televisivo. «Per quanto riguarda i negoziati, non possono essere esclusi come ipotesi assoluta, ma solo quando la situazione cambierà. La Russia si dice pronta a negoziare, però, unicamente se l'Ucraina si arrende. Questo significa - ha aggiunto -  che non stiamo parlando di negoziati seri con la Russia. Mosca non sta cercando una vera negoziazione, lo fa solo per sembrare collaborativa, ma è il solito trucco».

L'Ucraina e la posizione di forza

Secondo il capo della diplomazia di Kiev, infatti, ora tutti si sono resi conto che non si possono più esercitare pressioni sull'Ucraina. Lo ha chiarito anche il presidente Volodymyr Zelensky in una intervista alla Cnn. Ha dichiarato che qualsiasi negoziato con la Federazione Russa sarà possibile solo dopo la completa liberazione  di tutti i territori ucraini occupati. Ovvero che un accordo potrà  può essere concluso solo in caso di completo ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino. «Nessuna sanzione può essere revocata - ha evidenziato - Non possiamo discutere di nulla con la Russia finché non lascerà il nostro territorio. Soltanto dopo la guerra si potrà parlare di cancellazione di alcune sanzioni, di risarcimenti, di pagamenti da parte loro, di diplomazia. Possiamo coinvolgere i leader di qualsiasi Paese, qualsiasi istituzione internazionale in tali negoziati, ma solo dopo che la Russia avrà liberato tutti i nostri territori».

Mosca: non vediamo prospettive

E infatti, dal canto suo, anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che la Russia non vede al momento alcuna «prospettiva» per una ripresa dei negoziati con l'Ucraina, evidenziando «l'assenza di qualsiasi prerequisito» per la loro ripresa.

Ancora più netta la posizione di Dmitry Medvedev, che ha ribadito che Mosca richiede ancora «la resa totale dell'Ucraina alle sue condizioni». «Un certo Zelensky ha detto che non terrà colloqui con chi lancia ultimatum - ha scritto su Telegram il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa - Gli ultimatum di quest'anno li conosce: la totale capitolazione del regime di Kiev alle condizioni della Russia».

E ieri, il ministro degli Affari esteri della Russia, Sergey Lavrov, aveva dichiarato che Mosca non rinuncia ai negoziati con l'Ucraina. «Non rifiutiamo i negoziati, ma coloro che li rifiutano dovrebbero capire che più a lungo trascinano il loro inizio, più difficile sarà per loro negoziare con noi».

Il gioco delle parti

Insomma, un gioco delle parti, proprio mentre al confine russo i soldati di Kiev stanno premendo con forza. In due settimane, la controffensiva ucraina che ha sbaragliato le difese di Mosca nella regione orientale di Kharkiv ha ripreso tremila chilometri quadrati di territorio, una quarantina di insediamenti e viaggia ora spedita verso la frontiera nemica.
Secondo il comandante dell'esercito Valery Zaluzhny, solo una cinquantina di km separano le sue truppe dalla Russia. L'avanguardia del 130/mo battaglione si è spinta oltre, rivendicando di essere arrivata al valico di Hoptivka. Dopo 200 giorni di guerra, nell'oblast gli invasori sono in rotta. Ammessa la ritirata, definita una «riorganizzazione» strategica per concentrare le forze sul Donbass, la stessa Difesa di Mosca ha mostrato con una mappa cosa resta nelle sue mani: solo una piccola porzione di territorio a est del fiume Oskil, dopo aver
perso molti dei centri principali, da Kupiansk a Izyum, su cui continuano comunque a piovere bombe.

La reazione russa si è scatenata con un pioggia di raid sulle regioni orientali e di missili Kalibr dal Mar Nero, che hanno causato danni alle infrastrutture e massicci blackout. L'entusiasmo a Kiev però resta palpabile. Nei media, nelle dichiarazioni politiche, sui social. Anche se Zelensky resta cauto. «Mosca - ha avvertito - spera di spezzare la resistenza ucraina in inverno, contando sui problemi di riscaldamento in Ucraina e su un possibile indebolimento del sostegno occidentale a causa dell'aumento dei prezzi dell'energia in Europa».

Le difficoltà delle truppe russe

L'esercito, però, cavalca l'onda, spinto dalle immagini del caotico ritiro del nemico.  Anche nel Lugansk Mosca appare in difficoltà. Secondo il governatore Serhiy Gaidai ha già perso Kreminna, presa ad aprile, mentre file di veicoli verso il confine si estendono per chilometri, anche da città catturate nel 2014. In questo scenario si torna a parlare di trattative, anche se nessuno sembra avere veramente voglia di farle. Si temono reazioni di Mosca.

La furia di Putin

Vladimir Putin sarebbe su tutte le furie. «Siete una manica di incapaci», avrebbe detto venerdì scorso in una riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza ai «siloviki», i capi degli apparati militari e d’intelligence. La controffensiva delle forze ucraine nella regione di Kharkiv, che perfino un politologo di provata fede putiniana come Sergeij Markov definisce «una pesante sconfitta militare per la Russia», ha fatto collidere i due mondi paralleli, nei quali lo Zar ha articolato il racconto della guerra sin dal 24 febbraio: la realtà del più grave conflitto armato in Europa negli ultimi 70 anni e la finzione di un Paese dove la vita continua a scorrere tranquilla.

«La sconfitta non era un’opzione nell’universo di Putin. Ora è successo», dice Tatiana Stanovaya, direttrice del centro di analisi politiche R.Politik, secondo cui il Cremlino «non era preparato a far fronte al nuovo scenario». Soprattutto perché sta crescendo il malcontento all'interno del Paese. Reazioni e dissenso emergono nonostante le censure. L'inverno per lo zar sarà lungo e difficile, mentre Kiev sta ritrovando nuovo sostegno e forza. Diceva Churchill, «se stai attraversando l’inferno, non ti fermare». Zelensky e i suoi uomini non sembrano intenzionati a farlo.

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