Ucraina, grano bloccato nei porti: a rischio la produzione di pasta in Italia. «Scorte solo per un mese»

Ucraina, grano bloccato nei porti: a rischio la produzione di pasta in Italia. «Scorte solo per un mese»
Ucraina, grano bloccato nei porti: a rischio la produzione di pasta in Italia. «Scorte solo per un mese»
di Nando Santonastaso
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Sabato 26 Febbraio 2022, 18:11 - Ultimo aggiornamento: 1 Marzo, 09:46

«In poche ore è cambiata la struttura di tutto il mercato dei cereali, una cosa sconvolgente che va ben oltre le conseguenze per le singole aziende. Assistiamo attoniti a quello che sembra un film ma che in realtà è uno scenario che si fa perfino fatica a raccontare». È angosciato Antimo Caputo, terza generazione di imprenditori di una delle realtà più note in Italia (e non solo) nel settore delle farine (le producono a Napoli dal 1924), 115 milioni di fatturato lo scorso anno, centinaia di migliaia di clienti e l’export in 70 Paesi di tutto il mondo.

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Ucraina, grano bloccato nei porti: a rischio la produzione di pasta in Italia

Parla di “tempesta perfetta” dopo l’invasione russa dell’Ucraina e si capisce subito che non è una frase fatta o figlia di un eccesso di enfasi: «Non riusciamo a caricare tre navi di grano, già acquistato - parlo di 30-40mila tonnellate - e a farle partire dal porto di Rostov sul mare d’Azov che è lo sbocco marittimo su cui convergono i trasporti di grano provenienti da Ucraina, Russia e Kazakhstan: quell’area è ormai zona di guerra e prendere il mare è vietato. In Italia, invece, dobbiamo fare i conti con gli scioperi di autotrasportatori autonomi che paralizzano strade e autostrade e impediscono la consegna della merce: se continua così, saremo costretti a bloccare le produzioni (lo ha minacciato anche un colosso della pasta come Divella, ndr). E infine, come se tutto questo non bastasse, le nuove sanzioni annunciate dall’Ue potrebbero provocare il blocco da parte dei russi dell’esportazione del loro grano che per il nostro settore è fondamentale», dice Caputo quasi senza prendere fiato. E aggiunge: «Oltre tutto, se ci fosse un embargo, non potremmo nemmeno rimettere i pagamenti verso le banche russe: e avendo noi contrattualizzato tempo fa il grano che ci occorre, ne subiremmo per intero le conseguenze». Non per tutti i produttori però il grano è il problema numero uno. C’è anche il nodo energia che sarà inasprito dal conflitto: «Io utilizzo solo grano italiano e non di importazione - dice ad esempio Giuseppe Di Martino, patron del Gruppo che è tra i leader nazionali del settore - ma anche noi temiamo le conseguenze del costo dell’energia. Siamo stati già costretti ad aumenti di 35-40 centesimi al kg, quattro volte più dello scorso anno». 

La rotta del pane e di tutti i cereali, compreso il mais utilizzato per i mangimi negli allevamenti animali, si è fatta decisamente complicata. Non che le cose prima della guerra andassero meglio visto che dal 2021 era già scattato un robusto aumento dei prezzi per effetto del rincaro delle materie prime anche nell’agroalimentare, solo in parte tamponato da misure di contenimento dei prezzi del trasporto. Ma ora lo scenario fa decisamente più paura: «Nel giro di poche settimane l’approvvigionamento della filiera agroalimentare al consumo può diventare impossibile», sostiene Caputo. Difficile dargli torto se si considera che la Russia è il più grande esportatore di grano al mondo e l’Ucraina segue al quarto posto: i due Paesi in guerra coprono insieme il 29% del commercio globale di grano, quasi il 20% delle esportazioni di mais e l’80% delle esportazioni di olio di girasole. L’Italia l’anno scorso ha importato oltre 120 milioni di chili di grano dall’Ucraina e circa 100 milioni dalla Russia ma i prezzi erano più bassi. Da quando è iniziata l’invasione russa, il grano costa il 30% in più e, come si intuisce, per noi sono guai visto che, come ricorda Coldiretti, «siamo un Paese deficitario che importa il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame». Le importazioni, insomma, non rappresentano un’alternativa ma una misura necessaria a colmare il divario tra domanda e offerta interna. La panificazione, ad esempio: la produzione di grano tenero italiano (95% del totale) è di circa 3 milioni di tonnellate rispetto ad un fabbisogno industriale di circa 5,5 Mt. Il restante 5% riguarda il grano duro per la pasta ma la curva dei rincari non fa sconti a nessuno. Consumatori di pasta senza rivali al mondo (23 kg pro capite in un anno), gli italiani hanno già preso atto il passaggio del prezzo di un pacco da mezzo chilo che secondo le stime delle associazioni dei consumatori, è passato da 0,59 euro a 0,79 euro. 

Confagricoltura (Cia) stima ricadute a carico del consumatore del 20% anche su pane e farine, prodotti che risentono pesantemente dei prezzi dell’energia su produzione, imballaggio e soprattutto del trasporto, in un Paese in cui l’80% dei trasporti commerciali avviene su gomma. Ma pure il vino potrebbe pagare caro l’eventuale ritorsione russa alle sanzioni Ue: l’Italia è infatti partner commerciale privilegiato di Mosca che attualmente importa circa 150milioni di vino italiano (+35% negli ultimi 10 anni), mentre altri 49 milioni di euro di vino sono stati destinati all’Ucraina. Incertezze pesanti, senza dubbio. E vie di uscita a dir poco nebulose: «Non possiamo rivolgerci ad altri fornitori dall’oggi al domani – dice Caputo -, abbiamo le nostre scorte ma se non si recupera la pace potremmo resistere al massimo per un mese, non di più. I prezzi sono alle stelle, gas e petrolio continuano a salire e tutto il comparto molitorio ne sta risentendo già da tempo. C’è troppa tensione sui mercati: questa mazzata dopo due anni di Covid è arrivata proprio mentre stavamo risalendo la china. E anche per questo fa decisamente male».

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