Attentato in Iraq, il generale Gian Marco Chiarini: «Non c'è missione a rischio zero ma è un lavoro fondamentale»

Lunedì 11 Novembre 2019 di Cristiana Mangani
Attentato in Iraq, il generale Gian Marco Chiarini: «Non c'è missione a rischio zero ma è un lavoro fondamentale»
Bosnia, Kosovo, Iraq, nella carriera del generale di Corpo d'armata Gian Marco Chiarini c'è una vita passata sul campo. Dall'inizio del 2004 è stato a Nassiriya, dopo la serie di attentati che hanno ucciso 50 persone (25 morti italiani). E lui stesso è stato bersaglio di un agguato a Suq Al Shiyukh, al quale è scampato miracolosamente. Da quattro anni è in pensione, ma continua a rivestire incarichi nella Nato e nella Ue e non ha mai smesso di indossare la divisa.

Generale, quanto si rischia in queste missioni?
«È evidente che i rischi si corrono e che anche le operazioni cosiddette di peacekeeping, pur avendo un bel nome, comportano dei pericoli. Ritengo, comunque, che i militari che operano in quelle zone siano molto preparati».

A volte, però, la storia ci dice che non basta a salvare la proprio vita.
«La protezione totale è inesistente. Chi partecipa a queste missioni ha ben chiaro i rischi che sta correndo. Ma è un'attività molto importante per il territorio».

Che intende?
«L'intervento di forze multinazionali dà sicurezza alla popolazione. Quando sono stato in Bosnia ho trovato gente terrorizzata che non usciva di casa, e la nostra presenza è servita a far ripartire la vita in quei territori. Sono state aperte attività commerciali, locali. E quando sono tornato l'ultima volta in Bosnia ho trovato un luogo decisamente migliore».

In Iraq è arrivato nel 2004, dopo l'attentato di Nassiriya, che sensazione ha avuto?
«Il Paese veniva da una guerra ed era estremamente instabile, senza una autorità dello Stato. È stata una missione tra le più delicate. Ma noi siamo stati in grado di stabilire un buon rapporto con la popolazione e abbiamo avuto una grande collaborazione da parte dei cittadini. Nassiriya ha mezzo milione di abitanti, senza il loro aiuto non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto».

La strage avvenuta il 12 novembre del 2003 è stato un fatto inaspettato, o si temeva che potesse accadere qualcosa?
«I militari presenti in queste zone non si rilassano mai, la sensazione di pericolo la percepisci di continuo. E quando sono cominciati i combattimenti dei ponti abbiamo capito che qualcosa stava montando».

In che attività eravate impegnati in quel periodo?
«Erano in corso diverse attività di sostegno. E in particolare, poco prima, stavamo provvedendo a distribuire aiuti alla popolazione».

Quali sono i compiti dei militari italiani?
«In particolare, gli obiettivi dell'operazione Antica Babilonia erano quelli di contribuire alla ricostruzione dell'Iraq, un Paese danneggiato dalla guerra che si trovava senza il dittatore che lo aveva governato per 26 anni. Il nostro compito riguardava il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, l'addestramento della polizia locale, la gestione dell'aeroporto, la partecipazione alle attività di bonifica (anche con l'impiego delle unità cinofile) e operazioni dirette di aiuto alla popolazione. Come l'approvvigionamento di cibo ed acqua».

Oggi a distanza di parecchi anni, come valuta quella missione?
«Nonostante quello che è accaduto, ne ho un buon ricordo. Abbiamo fatto tante cose per la popolazione. Abbiamo anche aperto quattro centri veterinari, una cosa che, all'epoca colpì molto positivamente gli abitanti».
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