Candida Carrino:« L'archivio di Stato di Napoli sempre più aperto al pubblico. C'è anche il teschio di "Gennarino" degli Avalos»

Candida Carrino:« L'archivio di Stato di Napoli sempre più aperto al pubblico. C'è anche il teschio di "Gennarino" degli Avalos»
di Annamaria Barbato Ricci
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Mercoledì 26 Ottobre 2022, 13:07 - Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 10:09

Ha impresso una “rivoluzione gentile” a ciò che rappresenta per una comunità un Archivio di Stato. Candida Carrino, direttrice dell’immenso Archivio di Stato di Napoli che, non a caso, ha l’entrata principale su uno slargo denominato “Piazzetta Grande Archivio”, dal 2019 dirige un vero giacimento di documenti storici di tutti i tipi, dai regesti medioevali agli archivi notarili, giudiziari e commerciali o ai catasti onciari, i precursori delle Agenzie delle Entrate dei tempi del vicereame spagnolo. Un patrimonio immenso, ubicato nell’ex monastero benedettino iniziato a edificare sin dal IX secolo e intitolato ai Santi Severino e Sossio, in una fuga di chiostri maestosi e di sale affrescate: ben 24mila metri quadrati, dove trovano ospitalità scaffali su scaffali di documenti e faldoni che, messi uno dietro l’altro, occuperebbero una distanza di 70 chilometri. Qui troviamo le voci di quel Regno di Napoli, player della Penisola, e spesso del mondo, (compreso l’Archivio di Casa Borbone) fino all’Unità d’Italia e, successivamente, la documentazione della società e della storia lontana e vicina. Dietro l’aspetto normanno, occhi azzurri e capelli biondi, nelle vene di Candida Carrino ribolle il sacro fuoco dell’archivistica, ma non fine a sé stessa, come semplice testimonianza, bensì come collante di una ininterrotta vicenda umana in cui tutti possano riconoscersi, persino ricostruendo alberi genealogici più remoti e i documenti d’identità dei primi emigrati verso terre assai lontane.

LA CARRIERA

L’archivistica è stata la sua stella polare sin dai tempi dell’Università, (la partenopea Federico II) dove si laureò e poi imboccò la specializzazione in archivistica e biblioteconomia. Nel frattempo, è stata insegnante di italiano e latino in un Liceo, per poi vincere il concorso di dirigente scolastica. «“I miei anni più indimenticabili li ho vissuti a Roma – narra, quando le chiedo di ricostruire con noi il suo percorso professionale, esordendo definendosi, innanzitutto, ‘tenace’ – come dirigente scolastica. Mi fu assegnata una realtà difficile, quella dell’Istituto comprensivo, che fortemente volli fosse intitolato a Rosetta Rossi, direttrice della stessa scuola che era nella memoria collettiva del quartiere. L’Istituto comprendeva la sede centrale a Primavalle e altri tre plessi, di cui uno inserito nel reparto di oncologia pediatrica del San Camillo. Mi adoperai per far diventare la scuola un propulsore educativo, tenendovi i ragazzi e i bambini il più possibile e aprendola anche d’estate. Con un continuo crowdfunding, diedi agli allievi l’opportunità di frequentare gratuitamente corsi di tutti i generi, tali da coinvolgerli ed entusiasmarli, come ad esempio uno, apprezzatissimo, in coding; oppure, attività sportive, lezioni pomeridiane e mense in ogni plesso, con cucine in loco. Poi, nel 2019, si aprì una posizione per dirigenti dello Stato qui all’Archivio di Stato a Napoli, per titoli e me l’aggiudicai. Avevo frequentato costantemente la pleiade degli Archivi di Stato, in primis quello di Napoli, nell’intensa attività di ricerca che avevo coltivato per tutta la mia vita lavorativa e conoscevo molto bene queste realtà»

 Insegnante, dunque, poi docente universitaria in un dottorato di ricerca in Gender Studies alla Federico II, dopodiché preside. Contemporaneamente, però, non abbandonò mai il destino che sentiva tracciato in sé: quello dell’archivista, della ricercastrice infaticabile. Quando trovava il tempo per fare tutto? «In estate, innanzitutto. Era un settore che mi appassionava profondamente. Ho curato il riordino di tantissimi archivi pubblici e privati come archivista libera professionista, a cominciare da quelli di tutti gli istituti psichiatrici della Campania – è la lì che è nato il libro “Luride”, dedicato alle ricoverate, spesso assolutamente sane, rinchiuse nei manicomi -; un libro-intervista con il grande psichiatra Franco Piro, uscito dopo la sua morte. Fondai e presiedetti una piccola cooperativa al femminile per lavori di riordino di archivi e biblioteche, con la quale acquisimmo molti incarichi pubblici da Soprintendenze archivistiche e privati. Ora, invece, non ne faccio più parte per ovvi motivi. Sono concentrata sul mio incarico e cerco di inventarmele tutte per rendere questo Archivio accogliente per i cittadini e i turisti, anche per chi non ha interessi di ricerca, acquisendo, inoltre, archivi di imprese e di antiche famiglie» 

 Proprio la donazione dell’Archivio d’Avalos ha portato sullo scaffale di una libreria dello studio della direttrice un teschio di un antico antenato di tale stirpe. L’archeoantropologa Marielva Torino l’ha datato intorno al XVI secolo, ma per tutti è “Gennarino”. Lui è uno spirito buono, tant’è che è quasi ispirante per il tourbillon di iniziative che rendono l’Archivio di Stato una vera fucina di iniziative. E’ un familiare dei d’Avalos, ma non si sa bene chi sia. Si apre al pubblico, col turbo di una direttrice anche un po’ ‘calvinista’, un edifico immenso e pieno di spazi verdi, finora frequentato da pochi intimi, ricercatori e ‘cacciatori’ di documenti rari. E qui ce ne sono tanti, a cominciare da una lapide scolpita recante un documento di compravendita di un casale nei Campi Flegrei (Napoli), che retrodata l’uso dell’italiano “volgare” rispetto al cosiddetto “Placito Capuano” (“Sao ka Kelle Terre”). Convegni e mostre si susseguono: sui marchi industriali, su pregevoli artisti rimasti nell’ombra, sulla galenica ai tempi del famoso medico settecentesco Domenico Cotugno. Fra le tante iniziative, dal 7 dicembre – e vi diamo un’anteprima – avrà luogo una mostra sui giocattoli antichi, in collaborazione con un “giocattologo” che ha una collezione di migliaia di esemplari: rappresentarono i desideri che i nostri nonni e bisnonni esprimevano al Bambino Gesù per Natale (Babbo Natale è l’anglosassone figlio del consumismo post Seconda Guerra Mondiale). La regia creativa di Candida Carrino ha messo così l’Archivio di Stato nel novero dei più attivi centri culturali della città.«Ci aiutano i social – conclude la direttrice – Molti a Napoli manco sapevano dove eravamo. E ci protegge anche San Benedetto, col platano che la tradizione vuole abbia piantato nell’omonimo Chiostro»

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