Esclusi dai campionati perché stranieri: «Ma sono cittadini europei, quella norma è discriminatoria». Da Lecce la battaglia per cambiare le regole del tennistavolo

Lunedì 21 Dicembre 2020 di Roberta GRASSI

Tutti italiani in squadra, tranne uno. Questa la regola ritenuta “discriminatoria”, oltre che anacronistica nell'epoca dell'Unione europea. Si parla di tennistavolo, ossia di ping-pong praticato a livelli agonistici. E di una previsione della federazione nazionale che è ora oggetto di un ricorso al tribunale civile formulato in nome e per conto di due atleti leccesi di adozione, uno rumeno e l'altro ungherese, che si ritrovano ad essere esclusi dalle competizioni di serie B e C perché bollati come “stranieri”.


Il Tribunale dovrebbe esprimersi prima di gennaio: gli avvocati Salvatore Centonze e Vincenzo Cito hanno chiesto di fare in fretta, prima che inizi il campionato. Potrebbe quindi essere emesso un decreto monocratico. La questione è molto articolata. Si parla di due agonisti tesserati con la società sportiva dilettantistica “Tennistavolo Salento” di Lecce, la più importante del territorio tanto da essere schierata in tutte le serie dei campionati regionali e nazionali.


Ma c'è un punto su cui la federazione non transige: possono far parte della squadra, per poi essere schierati in campo nelle diverse competizioni, solo atleti italiani. Un solo posto è riservato agli “stranieri”.
Proprio sul concetto di “straniero” si incentrano le argomentazioni del legale. Considerato Schengen, le libertà di transito nel territorio comunitario, i diritti di cui godono i cittadini europei, può ancora essere considerato straniero semplicemente un “non italiano”?


Secondo quanto affermato nel ricorso: “le disposizioni contenute nei regolamenti adottati dalla federazione, che prevedono un limite massimo all’utilizzo di atleti tesserati di provenienza intracomunitaria, sono illegittime ed hanno carattere discriminatorio”.
Ciò perché in tutti i casi in cui si faccia riferimento al termine “straniero” si deve considerare, a parere dei ricorrenti, quanto previsto dal testo unico sull'immigrazione. Straniero, insomma, non è ormai da tempo un “non italiano”, ma un “non comunitario”.


“Il diritto dell'Unione – viene specificato -  garantisce ad ogni cittadino di uno Stato membro sia la libertà di recarsi in un altro Stato membro per esercitarvi una attività lavorativa, dipendente o autonoma, sia la libertà di risiedervi dopo avere esercitato una siffatta attività; ed anche l’accesso alle attività ricreative costituisce un corollario della libertà di circolazione”. Tuttavia non è possibile giocare a ping-pong a livello agonistico, nonostante la rilevanza data allo sport nell'Ue, specie a livello dilettantistico se inteso come “fattore di integrazione nella società”.


Si crea quindi una disparità. Ungheresi, rumeni (ma anche francesi e tedeschi, per fare qualche esempio) non possono partecipare ai match ufficiali senza dover affrontare delle limitazioni. Gli italiani, invece, godono di un trattamento differente.
Ciò nel calcio non avviene, se non per gli extracomunitari, e non accade in altre discipline sportive.
Altro aspetto analizzato, non di poco conto, il fatto che l'atleta, attraverso la partecipazione alle competizioni, abbia “la possibilità  di misurarsi con gli altri atleti e di sviluppare ed affinare le proprie capacità non solo fisiche, ma anche mentali, che gli consentono di affrontare livelli agonistici sempre più elevati. Al tempo stesso, le competizioni ufficiali rappresentano l’occasione per mettersi in mostra ed aspirare ad essere selezionato ed ingaggiato da associazioni in grado di garantirgli una migliore prospettiva di carriera, oltre alle gratificazioni di natura economica”. Un profilo, quello del danno potenziale, che è collegato alla “discriminazione” e che pure viene rappresentato al tribunale.
 

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