Il tour del Salento, a caccia dei "fichi": antica dolcezza

Il tour del Salento, a caccia dei "fichi": antica dolcezza
di Donato NUZZACI
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Mercoledì 10 Agosto 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 09:18

Le gole ardono, è agosto. La canicola confonde i sensi e il solo pensiero dei fichi zuccherini fa attivare l’acquolina. I raggi del sole bruciano la pelle, come il fuoco che incenerisce tanti tratti della campagna salentina. 
All’avvio del nuovo pellegrinaggio - alla ricerca stavolta del nettare carnoso dei fichi e di quello un po’ esotico dei fichi d’India, giuggiole, more, mandorle, mele di san Giovanni e alcune varietà di pere di agosto - il paesaggio del Salento è diviso in due: da una parte la visione delle conseguenze momentanee degli incendi estivi che ogni anno distruggono vegetazione e animali che non sono riusciti a fuggire, e dipingono di nero fumo le campagne; dall’altra le verdeggianti chiome di pioppi, querce, ulivi e tante cultivar di frutti antichi sfuggiti alle fiamme, promessa di rinascita.

Il tour

Il tour prende le mosse come sempre alle 5.15 a due passi dal liceo Capece di Maglie che conserva una delle collezioni tassidermiche (cioè l’insieme delle tecniche di conservazione degli animali, in particolare con il processo di imbalsamazione) più importanti della provincia. Mentre il cucchiaino del caffè al vicino bar crea vortici fumanti, Roberto Aloisio, ingegnere e aridocultore magliese, riassume con un saggio proverbio dialettale contadino il programma della giornata: “Quannu arriva la fica, lu milune se ‘mpica”. I nostri avi con questo detto facevano capire che, con l’arrivo di agosto, finiva in pratica la stagione dei meloni di “pane” raccolti soprattutto a luglio nelle nostre “macise”, cioè negli orti coltivati in aridocoltura, per dedicarsi ai dolcissimi fichi mangiati sul posto oppure messi a seccare al sole e conservati come alimento completo per i mesi invernali». 

Innumerevoli le varietà

A sette chilometri da Maglie, sulla strada provinciale per Gallipoli, il gruppo già assetato fin dalle prime luci di una bollente alba prende la via della sorgente tra Cutrofiano e Scorrano e cerca frescura all’ombra di bellissimi alberi. Qui svettano olmi, pioppi, roverelle e pure un enorme leccio con il tronco di quasi 4 metri di circonferenza, da contemplare prima di affrontare l’esplorazione di numerosi alberi di fico, giuggiolo, mandorlo, piante di fico d’India e tanti cespugli di more, che presidiano i bordi delle campagne tra Cutrofiano, Supersano, Botrugno, Nociglia, Surano e Montesano Salentino, in un labirinto di strade vicinali che consente di evitare le arterie provinciali.
Sono innumerevoli le varietà di fico presenti nel Salento, dalla “Ottata” alla “Dell’Abate”, dal fico di “San Giovanni” a quello “della Signura”, dalla “Casciteddha” alla “Morettina o marangiana” e tante altre. Un’apoteosi naturale che da anni viene elevata a simbolo il 16 agosto nella “Festa della Fica” a Marittima (Diso). 
Roberto si fa sorprendere dall’emozione nel vedere per chilometri una distesa quasi ininterrotta di campi incendiati, ma ha una certezza: «Le piogge di settembre faranno ricrescere tutto il verde, molti degli alberi bruciati faranno spuntare nuovi getti. Peccato che ora è tutta una distesa nera e spesso devastata, non è un bel biglietto da visita per turisti».

L'esemplare di Garzetta

Il pellegrinaggio nel verde alla ricerca dei paradisiaci frutti del fico diventa anche occasione per esplorare il paesaggio. Nel cielo intanto si scorgono rapaci, tortore e averle in cerca di uno specchio d’acqua. L’occhio naturalistico di Oreste Caroppo - nel gruppo insieme a Roxana con il figlio undicenne, ad Anna, Alessandro e la sua compagna - nota nell’hinterland di Surano in un canale, che borda la strada e che è a servizio dei depuratori di Specchia e Montesano, un bellissimo esemplare di “Garzetta”, e racconta amareggiato che «questo potrebbe essere un paradiso fluviale se venisse valorizzata l’acqua depurata, invece è stata realizzata una camicia di argini di cemento, che desertifica il territorio attorno. Persino con orrendi guardrail di metallo, anziché staccionate in legno. Occorre invece decementificare e creare lì argini terrosi e pietrosi, rinaturalizzare, riforestare con piante igrofile sui bordi creando una foresta a galleria, favorire la naturalizzazione spontanea, guardando anche ai canneti e altre piante acquatiche per la loro opera fitodepurante». 

Le "cornule" nel Capo di Leuca

Le stradine di Alessano, nel Capo di Leuca, conducono i pellegrini a Ruggiano (frazione di Salve) nelle vicinanze dell’antica chiesa dedicata a Santa Marina con la sua facciata in carparo e gli affreschi all’interno. Il profumo del maestoso platano nella piazzetta triangolare di Barbarano del Capo (Morciano di Leuca) e una fontana, sgorgante acqua gratuita, rinfrescano l’anima, come il poderoso carrubo di Leuca Piccola che proprio ad agosto regala a tutti i passanti le sue “cornule” (come sono chiamati i frutti in dialetto). In direzione sud, verso Giuliano, si incontra la chiesetta di San Pietro risalente al decimo secolo, costruita nei pressi di un altro dei pozzi che caratterizzavano il percorso di pellegrinaggio fino al Santuario di Leuca. All’altezza dell’abside, all’esterno, c’è tempo per un nuovo assaggio di fichi e fichidindia e un grappolo d’uva che pende poco più in là. Lasciata alle spalle la chiesetta e il paese di Giuliano con il suo castello, gli occhi si meravigliano per l’immensa Torre di forma circolare, costruita nel 1550 in carparo locale, che si erge nel centro di Salignano. Il richiamo dei profumi di un forno a legna ricorda che mezzogiorno si avvicina, la distesa di mare è lì di fronte.

I fichidindia vista mare

Un bagno refrigerante a Marina di Novaglie è d’obbligo, con le borse cariche di pucce, dette “sceblasti” o “pizzongoli” con cipolla, olive, zucca e peperoncino oltre a pittule e panzerotti appena fritti. Subito dopo una breve nuotata nel porticciolo della località alessanese, si va alla Guardiola di Corsano per raccogliere e pulire direttamente senza staccarli dalla pianta dei fichidindia con vista mare. Il tour naturalistico volge al termine con una fetta di melone mangiata direttamente in acqua insieme ad Oreste a Marina Serra di Tricase, nel vecchio porticciolo posto accanto alla celebre “piscina naturale”, circondati da baretti con visione cinematografica sul Canale d’Otranto. 
Ma il dilemma iniziale è ancora tutto da sciogliere: vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Roberto risponde con convinzione: «La natura non si arrende certo, con la prima pioggia tutto si riprenderà come prima. A Botrugno in località Paduli abbiamo notato nuovi getti di un pioppo bianco incendiato appena venti giorni fa. Niente paura, ma i primi a rispettare la natura, nell’interesse di noi stessi, dovremmo essere proprio noi».

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