Salento, nell'oasi “Le Cesine” scoperto un porto più antico del molo di Adriano: era il molo di Lupiae

Salento, nell'oasi “Le Cesine” scoperto un porto più antico del molo di Adriano: era il molo di Lupiae
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Sabato 19 Giugno 2021, 14:31 - Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 09:19

Un antico scalo portuale al servizio di Lupiae. Un porto molto probabilmente più antico del molo che l'imperatore romano Adriano fece costruire a San Cataldo, marina di Lecce. Lo hanno scoperto i ricercatori di Unisalento in località “Posto San Giovanni”,nell'oasi Le Cesine gestita dal Wwf, nelle immediate vicinanze dell’Edificio Idrovoro della Riforma Agraria, approfondendo scavi e studi cominciati, in quell'area, negli anni Novanta. E' venuta alla luce così la fondazione «di un imponente molo realizzato nella tecnica tipica delle strutture di approdo dell’Adriatico, in grandi blocchi parallelepipedi di pietra locale, largo circa 8 m, che si sviluppa con orientamento est/nord-est per un centinaio di metri. In alcuni punti si conservano due o più filari sovrapposti, ma all’esterno del tracciato della struttura si nota l’ampia dispersione dei blocchi in crollo, a causa dell’energia ambientale e alla posizione esposta ai venti dominanti». Ci sono poi «tratti di canaletta scavata in lunghi blocchi di calcarenite, e lungo il fianco meridionale giganteschi blocchi sagomati, forse con funzione di bitte di ormeggio». Accanto al porto - collegato alla struttura in blocchi documentata anni fa da Giuseppe Ceraudo e Francesco Esposito - anche la cosiddetta “Chiesa sommersa”, un’altra struttura intagliata su una prominenza del banco roccioso in modo da ricavarvi tre grandi ambienti rettangolari, che affiora sulla superficie del mare. E, da qui, si scorgono poi le tracce che portano sulla terraferma fino a «un tracciato viario che da Lecce punta direttamente all’area del molo».

 

Il viaggio di Ottaviano

Un porto, dunque, più antico del molo di Adriano. Come ha ricordato Rita Auriemma, del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento che cura la ricerca, «le fonti storiche ricordano lo sbarco di Ottaviano da Apollonia al porto di Lupiae, che doveva quindi godere di una certa considerazione tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale, ed essere forse già munito di alcune infrastrutture: possiamo riconoscere queste nei resti sommersi di San Giovanni? Solo lo scavo vero e proprio - ha chiarito la docente - potrà darci una risposta decisiva».

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La presentazione

Questa mattina i risultati dell'indagine archeologica che ha interessato tutta la Riserva naturale Le Cesine, gestita dal Wwf, sono stati presentati all'Auditorium del Museo Castromediano di Lecce, nell'ambito delle Giornate Europee dell’Archeologia. Le ricerche, dirette da Auriemma, sono tra le attività del progetto di cooperazione transfrontaliera – programma Italia Croazia 2014-2020 UnderwaterMuse, di cui è partner la Regione Puglia, e del Centro Euromediterraneo per l’Archeologia dei paesaggi costieri e subacquei, che vede tra gli attori coinvolti anche la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo. Avviate con un breve intervento lo scorso ottobre, le indagini proseguono anche quest’anno con un programma denso di operazioni e di contributi rilevanti, fra i quali si annoverano prospezioni con i droni, posizionatori subacquei e ROV (robot subacquei muniti di telecamera) di ultima generazione. Tecnologie utilizzate da un gruppo di docenti e ricercatori di due Dipartimenti del Politecnico di Torino, che si sono occupati del rilievo fotogrammetrico della zona. Le attività, tuttora in corso, godono del supporto della ditta Angelo Colucci, della Direzione della Riserva Le Cesine, del Corpo Forestale dello Stato e dell’Ufficio Ufficio Locale Marittimo – Guardia Costiera di San Cataldo di Lecce. Altra documentazione video e foto con drone è stata realizzata da Roberto Perrone.

L'attività di indagine archeologica


Quello sul molo di San Giovanni è un tassello nell’attività di ricerca e rilettura del comprensorio di San Cataldo, che l’Università del Salento conduce da alcuni anni; un intervento diretto da Giuseppe Ceraudo e Carla Amici nel 2014 ha riguardato proprio il molo di Adriano; in quell’occasione, il gruppo di Archeologia Subacquea individuò alcuni grossi pali che testimoniavano, grazie alle datazioni con il metodo del radiocarbonio effettuate dal Centro di datazione e diagnostica – CEDAD, l’intervento quattrocentesco di ricostruzione del porto voluto da Maria d’Enghien; lo stesso gruppo negli anni ha documentato una serie di relitti spiaggiati di età antica e moderna nelle marine di Lecce (a Torre Chianca, Torre Rinalda, Spiaggiabella, Faro di San Cataldo) e lungo la costa delle Cesine, segni inequivocabili del passaggio incessante di navi e della fitta trama di rotte che toccavano queste rive. Sia le strutture che i relitti sono peraltro anche indicatori di profonde modificazioni del paesaggio e contribuiscono a ridisegnare l’evoluzione di questo profilo costiero e la presenza dell’uomo nei secoli. «Fare archeologia dei paesaggi nel comprensorio San Cataldo-Cesine, dove si recuperano anche insediamenti importanti dell’età del Bronzo, significa fare archeologia pubblica, per restituire alle comunità locali un patrimonio di eccezionale interesse - ha concluso Auriemma -. È da questo capitale culturale che occorre ripartire per immaginare e progettare la rigenerazione, la valorizzazione e una fruizione nuova del paesaggio dimenticato di un waterfront denso di storia».

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