Il reportage/ Viaggio nel Salento orfano dei suoi ulivi secolari e del paesaggio

Il reportage/ Viaggio nel Salento orfano dei suoi ulivi secolari e del paesaggio
di Francesca SOZZO
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Domenica 27 Giugno 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 17:17

Rabbia e silenzio. Il Salento brucia e le fiamme cancellano glu ulivi e la grande bellezza, in una sorta di rito purificatore che si abbatte sulla maledizione della xylella. Il fuoco purifica certo, ma distrugge. Flora e fauna.

Il viaggio


Il Salento dalla terra rossa, friabile, profumata, lascia spazio all’odore o puzza di bruciato, difficile identificarlo, di certo non va via per giorni. Impregna l’aria, i vestiti, la testa, gli occhi di chi si trova davanti a scene che sembrano di guerra: le fiamme sono alte, il calore è insopportabile. Sembra di stare all’inferno a Ugento: in sottofondo il lavoro del fuoco, si sente mentre arde piano piano i tronchi secolari degli ulivi ormai secchi, malati, già provati dal batterio che ne ha succhiato l’anima. Si sente il crepitio della legna che brucia esanime, ci vuole pochissimo perché diventi cenere. «Assurdo, quando metti le legna d’ulivo nel camino non arde mai, guarda come sono ridotti adesso». Già. Impossibile restare fermi a guardare. Gli occhi lacrimano, e non è solo colpa del fumo, il cuore sanguina: fa male vedere un intero territorio cambiare colore e passare dal verde, al marrone, al nero. Laddove è passato il fuoco a flagellare gli ulivi c’è solo silenzio, surreale per certi versi, e morte. «Il danno ambientale e biologico è ingente» secondo i biologi. A morire non sono solo gli alberi, ma tanti animali - lucertole, topolini, serpenti - che in quei tronchi maestosi cercano rifugio e non è difficile veder volare piccoli falchetti che si trasformano in avvoltoi in attesa di conquistare la preda che cerca di scappare dal fuoco.

 

I danni


Il danno è ingente così come vasto è il territorio colpito. Da Nord a Sud del Salento si alterano “chiazze” nere come una mappa su cui il fuoco segna le sue vittime. 

A Squinzano una delle aree più colpite, percorrendo la strada che conduce all’Abbazia di Cerrate si incontra una delle zone distrutte dal fuoco in un contrasto cromatico che non si riesce a giustificare. Da un lato della strada la pietra leccese del bene Fai resa gialla dal forte sole spicca tra il prato verde e gli alberi curatissimi, dall’altro lato della strada il verde lascia spazio al nero e all’ocra. Ed è lì, nel silenzio più assordante che un ulivo racconta della sua battaglia contro il fuoco. È piegato su se stesso, quasi fosse un uomo colpito con un fendente all’addome; ha i rami tesi in avanti quasi a voler fermare le fiamme, ma non ce l’ha fatta, si è dovuto arrendere alla potenza del fuoco che lo ha colpito a morte, lasciandolo inerme su quel terreno arido che forse non riuscirà più a rinascere. Lì dove passano i percorsi turistici tra Masserie e Ulivi secolari Valle della Cupa dove si rischia di non trovare più nulla da ammirare e presentare ai turisti. Macinando chilometri in auto, con l’ausilio anche di un drone, la fotografia non cambia: Trepuzzi, il Parco di Rauccio, Vernole, Lizzanello sono tutte vittime di un unico demone. I telefoni delle centrali operative di vigili del fuoco e protezione civile sono roventi, in alcuni giorni superano le centinaia di segnalazioni di roghi più colposi che dolosi: «Il Salento brucia» sembra ormai essere diventato un mantra, meglio una nenia che accompagna il viaggio fino a Sud dello stivale, puntando il navigatore verso Finibus Terrae. 

A Sud del Salento


È percorrendo la statale 101 che la mappa della “distruzione” si allarga con roghi registrati anche nelle campagne fra Copertino e San Pietro in Lama, Casarano. Lungo la strada che collega Matino a Taviano proseguendo per Ugento è un susseguirsi di tronchi neri, decapitati, senza neppure un ramo sopravvissuto. In vicinale Piezzi, la strada che da Ugento porta a Presicce si presentano le due facce del Salento: inoltrandosi in una stradina di campagna, larga poco più di 3 metri, sulla destra si trova un uliveto completamente raso al suolo: tronchi vuoti, scavati dalle fiamme, caduti per terra - chiudendo gli occhi sembra riuscire a sentirne il tonfo - come dei giganti senza più forze. Si cammina su un terreno secco che scricchiola sotto i piedi, si sbriciola sotto il peso dell’uomo. Basta porgere l’orecchio al di là della strada dove ci sono ulivi verdi, pale di fichi d’india in fiore, alcuni alberi da frutto per sentire la vita che non vuole arrendersi a questa guerra: è un continuo canto di cicale, uccelli, grilli che solo dieci minuti prima, impazziti, volavano seguendo l’auto, come se avessero perso l’orientamento. Gli scienziati avrebbero certamente una spiegazione, la più popolare sembra essere quella di una natura in preda al panico, all’incertezza, alla paura, colpita nell’anima che ha voglia di ribellarsi e di riprendersi lo spazio che il Salento le ha sempre riservato trasformandola in una delle sue grandi bellezze. Una bellezza che sta pian piano sfiorendo.

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