Mauro Romano, archiviata la vicenda del bambino scomparso nel Salento nel 1977

Il bambino di Racale è scomparso nel nulla, a 6 anni, il 21 giugno 1977 mentre giocava con degli amichetti davanti a casa dei nonni

Mauro Romano
Mauro Romano
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Giovedì 4 Novembre 2021, 16:36 - Ultimo aggiornamento: 5 Novembre, 08:37

Mauro Romano, caso chiuso in provincia di Lecce. Capitolo chiuso dunque da punto di vista giudiziario: arriva l'archiviazione sulla vicenda del bambino di Racale scomparso nel nulla il 21 giugno 1977 mentre giocava con degli amichetti davanti a casa dei nonni.

L'archiviazione dopo oltre oltre quarant'anni

Il gip di Lecce Marcello Rizzo ha accolto la richiesta avanzata dal magistrato inquirente Simona Rizzo. Secondo il pm ci sono una «molteplicità di contraddizioni, reticenze e non ricordo», e mancano elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio per Vittorio Romanelli, il barbiere in pensione amico della famiglia Romano, unico indagato nell'inchiesta per sequestro di persona. Un reato, quest'ultimo, ormai prescritto. La famiglia di Mauro Romano non ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione. La madre di Mauro, Bianca Colaianni, ha sempre sostenuto che il figlio sia vivo e che possa essere oggi il 52enne Mohammed Al Habtoor, un facoltoso uomo d'affari che vive negli Emirati Arabi Uniti.

La richiesta della Procura ad aprile

La Procura di Lecce aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta chiusa con l’accusa che fu il barbiere in pensione Vittorio Romanelli, 80 anni, di Racale (originario di Brindisi), a rapire il 21 giugno del 1997 Mauro Romano. Il bambino di sei anni di cui si sono perse le tracce e che la madre Bianca Colaianni aveva individuato recentemente nel magnate arabo Mohammed Al Habtoor dopo avere notato due cicatrici in una foto. Pista, quest’ultima, esclusa dagli inquirenti anche perché intanto il padre Khalaf Al Habtoor aveva fatto presente ai Romano di avere solo figli naturali, come ha mostrato in una foto degli anni ‘70 della sua famiglia caricata sui social in cui compare il piccolo Mohammed con tratti somatici e fisici per nulla somiglianti a quelli di Mauro.


Dunque, anche questa seconda riapertura delle indagini non ha svelato il mistero del rapimento del bimbo scomparso mentre giocava per strada davanti a casa dei nonni. È stata accolta la richiesta di archiviazione presentata dai legali dell’indagato, gli avvocati Giuseppe Gatti ed Antonio Corvaglia, basata su una diversa lettura degli atti che avevano convinto l’allora pubblico ministero della Procura di Lecce, Stefania Mininni (passata intanto alla Procura per i minorenni) a chiudere le indagini con l’accusa di sequestro di persona contestata a Romanelli. La stessa persona iscritta sul registro degli indagati nel fascicolo condotto fino al 2012 dagli allora procuratore e sostituto cataldo Motta e Giuseppe Capoccia ed infine archiviato dal giudici per le indagini preliminari Annalisa de Benedictis.


Ad aprile a chiedere l’archiviazione era stato il pubblico ministero Simona Rizzo: non aveva individuato prove abbastanza consistenti da sostenere l’accusa in giudizio. La difesa era entrata nel merito delle accuse: a rapire Mauro, come araccontarono alcuni testimoni e fra questi il boss ergastolano Vito Paolo Troisi, fu lo “zio Antonio” alla guida di un motocarro Ape? Quello zio Antonio amico dei genitori di Mauro anche per via della condivisione delle fede nella chiesa dei Testimoni di Geova? Romanelli non aveva mai avuto a disposizione un’Ape, ha ricordato la difesa faceva il barbiere e non l’agricoltore né per lavoro e neanche per hobby. Se è vero che Mauro si allontanò quel pomeriggio dalla strada davanti casa dei nonni a bordo di un’Ape, a guidarlo non fu Vittorio Romanelli, secondo la ricostruzione della difesa.

Le testimonianze


Quanto alle testimonianze proprio su questo punto, i legali dell’indagato hanno ricordato quanto sarebbe stata debole la testimonianza di Troisi: se quando fu sentito il 27 gennaio del 2011 non disse altro se non che Mauro ad un certo punto lo vide andare via e credette che fosse rientrato a casa dei nonni, l’Ape e lo “zio Antonio” li citò solo nel secondo ascolto. Gli altri due testimoni riferirono che fu invece Trosi ad abbandonare per primo la compagnia. Come se, dunque, non avesse potuto assistere all’ultimo saluto di Mauro. Che fosse rientrato a casa dei nonni o che fosse salito sul motocarro Ape dei misteri.
L’accusa sigillata a novembre dell’anno scorso dall’avviso di conclusione delle indagini verteva sul rapporto di confidenza fra zio Antonio e Mauro, per spiegare perché il bambino fosse salito a bordo dell’Ape senza destare allarme quel pomeriggio che i genitori erano a Poggiomarino (in provincia di Napoli) per partecipare al funerale del nonno paterno di Mauro.
E ancora: i difensori degli indagati hanno sostenuto di avere individuato nel fascicolo tanti indizi che avrebbero dovuto fare deviare le indagini verso Antonio Scala, 70 anni, di Taviano, arrestato a febbraio dell’anno scorso e poi condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per adescamento dei minori: avrebbe rivelato ad un ragazzino di avere rapito lui Mauro per la somma di tre milioni di lire. Tuttavia - hanno fatto notare i legali - nel fascicolo non hanno trovati atti della perquisizione nel capannone dove attirava i ragazzini. Quel capannone nel terreno dove c’è il pozzo che vigili del fuoco e carabinieri ispezionarono alla fine del 2019 alla ricerca degli eventuali resti del corpo di Mauro.
 

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