«Quell'anziano sa di Mauro: che dica che fine ha fatto»

Giovedì 13 Febbraio 2020 di Attilio PALMA
«Se è stato lui che parli, che dica la verità e ponga fine una volta per tutte a questa storia»: l'appello è di Bianca Colaianni, la mamma di Mauro Romano, il piccolo scomparso da Racale nel 1977 all'età di 7 anni e di cui non si è saputo più nulla.
In queste ore frenetiche in cui il caso, con l'arresto dell'anziano di Taviano accusato di pedofilia, ha fatto registrare una possibile svolta, la donna si aggrappa alla speranza di poter finalmente conoscere la verità sulla sorte del figlioletto. «Se dico che è morto sbaglio - dice - se sostengo che è vivo sbaglio pure. Vogliamo sapere che fine ha fatto Mauro: questo chiediamo e speriamo che questa volta sia davvero il momento di una svolta nelle indagini». La signora Colaianni pensa che proprio A.S. possa essere il responsabile della sparizione del figlio: l'uomo, tra l'altro, nel 1984, fu condannato con l'accusa di tentata estorsione perché telefonava ai genitori di Mauro chiedendo 30 milioni di vecchie lire in cambio di informazioni sul bambino.
«Non posso dirlo con certezza ma da tempo siamo convinti che quell'uomo conosca la verità - dice la madre -. Ci sono episodi avvenuti in passato che ce lo fanno pensare».
Poche settimane fa, aveva appreso solo dal web che a Taviano vigili del fuoco, speleologi e carabinieri avevano setacciato un pozzo  in località Fichelle, una traversa di via Regina Margherita, quando si era profilata la nuova pista sulla pedopornografia: «Se gli inquirenti si sono mossi in quella direzione, verso quel pozzo forse qualcuno aveva parlato. Forse ha gettato lì il corpo del mio povero Mauro. Mi auguro che venga presto fuori la verità. La mia speranza è quella di poter morire sapendo che le ossa, i resti di mio figlio sono stati trovati. Solo così dopo 42 anni di battaglie e di sofferenze, potrei morire in pace. Mauro è morto, lo temiamo, è evidente, altrimenti dopo tutto questo tempo sarebbe tornato a casa».
Ribadisce il concetto: «Io penso da ignorante - aggiunge ancora la donna - che hanno puntato su quella zona a Taviano, qualcosa è accaduto. Non saranno andati lì per caso. Siamo soddisfatti perché le indagini sono andate avanti in silenzio. Ma se mio figlio è davvero capitato nella rete di questi malati, non tornerà più. È stato ucciso e buttato come un rifiuto chissà dove». Si rivolge ancora una volta alle autorità: «Le ringrazio per il lavoro che stanno facendo e le invito a continuare le ricerche. Che mio figlio sia stato ucciso, ci sono pochi dubbi, è vero, ma dopo 42 anni noi chiediamo di avere risposte sulla sua fine. È un tormento che non ci dà pace. Vogliamo una tomba dove poter piangere nostro figlio. Poi il pedofilo, se è stato lui, a quell'età non potrà neppure pagare con la galera ma farà la pacchia dentro casa. Sarà giustizia ma purtroppo solo fino ad un certo punto».
Mentre il dolore della famiglia è iniziato quel 20 giugno del 1977 e non è mai finito. «Qui si piange sempre - dice - tutti i giorni. Piango in silenzio, quando nessuno mi può vedere, né mio marito, né i miei figli. Non voglio che nessuno veda la mia sofferenza. Ma non ce la faccio più a vivere in questo modo, con un pensiero fisso nella mia testa, non conoscere la verità e la sorte di Mauro ».
La donna ricorda benissimo quel maledetto giorno della scomparsa del piccolo: «L'avevo lasciato a casa dei miei suoceri. Mi avevano avvisato che non lo trovavano più, ed ero convinta che lo avremmo ritrovato, che fosse in giro a giocare, e invece... Le forze dell'ordine accusavano la famiglia, accusavano noi genitori. Dicevano che mio padre aveva ammazzato mio figlio, e che mia madre lo aveva sepolto. Io e mio marito siamo andati poi a vivere in Svizzera, perché non potevo più restare in Puglia. Ora siamo qui ad aspettare che la verità venga finalmente alla luce».
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