Pronto soccorso, la testimonianza choc: «Un solo medico tra le urla dei pazienti dopo 13 ore in attesa»

Pronto soccorso, la testimonianza choc: «Un solo medico tra le urla dei pazienti dopo 13 ore in attesa»
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Martedì 12 Luglio 2022, 21:05 - Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 13:05

«««Un'attesa estenuante lunga 13 ore per un tampone, sfortunatamente positivo, e poi il ricovero. Un solo medico alle prese con decine di pazienti da visitare. E poi le urla di sofferenza ed esasperazione di chi proprio non ce la fa più e si accascia a terra in corridoio, svenuto e soccorso da due infermieri in servizio. È accaduto nelle scorse ore al pronto soccorso dell'ospedale "Vito Fazzi" di Lecce, ormai al collasso tra aumento esponenziale di accessi e ricoveri e unità di personale insufficienti a gestire una situazione sempre più emergenziale

La testimonianza choc

La testimonianza choc porta la firma di Marta Vigneri, residente in un Comune salentino. La donna ieri si è recata in pronto soccorso al "Fazzi" per una eruzione cutanea improssiva. Ed è nell'ospedale leccese, dopo molte ore di attesa, che ha scoperto di essere positiva al virus.

«Sono lunghe le notti, in alto mare, per l’equipaggio travolto dalla schiuma e sprovvisto del proprio comandante - scrive la signora Vigneri -  È così che ci si sente, senza guida né ancoraggi, senza tutela né diritti, se si fa ingresso nel locale Pronto Soccorso, un pomeriggio di luglio neppure troppo assolato (clemenza dei cieli). È così che mi sono sentita io, ieri, quando, accortami di avere una reazione cutanea diffusa, improvvisa e violenta, ho dovuto far ricorso alle cure di professionisti chiamati a gestire le urgenze; è così che ho immaginato, poi, dovessero sentirsi loro, i medici, carne da macello sul tavolo operatorio dell’indifferenza, nel limbo di una solitudine pazza per descrivere la quale non mi vengono in soccorso le parole». Dunque, il racconto dettagliato della donna: «Giunta sul posto – un fotogramma confuso da pellicola horror – apprendo, dopo essere stata sottoposta a tampone rapido antigenico, di essere positiva. Ma, intanto, nell’attesa dell’esito, ai miei occhi si manifestava tutta la mostruosità del dolore di una moltitudine vastissima di corpi affannati in attesa da dodici, tredici ore, di essere valutati da un medico; tutta l’efferatezza della sofferenza inascoltata e marginale: uomini che tentavano, alzando il tono della voce, di far valere una facoltà violata, e donne rassegnate, al loro fianco, coi volti contriti, esausti, e con una rabbia incontenibile verso i propri pari, avvertiti come avversari pronti a soffiare loro la pole position, fossero pure in fin di vita. Una donna in attesa, è svenuta sul pavimento di un lurido corridoio, senza che un medico potesse soccorrerla, mentre due infermieri facevano il possibile per accudirla»

«Nessun medico a presidiare il pronto soccorso Covid»

«Risposta del tampone pervenuta, mi si indica il percorso da seguire per il raggiungimento del Pronto Soccorso Covid, verso il quale mi spingo con le gambe letteralmente in fiamme e un prurito smisurato. Qui, mi viene praticato un accesso venoso da un’infermiera, ma senza che sia somministrata, da quell’accesso, nessuna terapia. E no, non ci sono medici: nel Pronto Soccorso Covid, alle 14,30, non c’è un medico a presidiare la condizione di decine di malati in astanteria, stipati in un silenzio agghiacciante, rotto soltanto dai sibili che si sollevano dalla gola. Chiedo che mi assegnino una fiala di cortisone, almeno, ma non c’è verso, il medico non c’è. Capisco in fretta, ascoltando le conversazioni telefoniche tra infermieri e non so bene chi altri, che un solo medico è tenuto a sostenere sulle proprie spalle il peso dell’emergenza, tanto nel percorso “pulito” quanto in quello “sporco”. Un solo medico per due regioni di necessità estreme! Solo intorno alle 18.00, infatti, lo straordinario dottor Agostino Ciucci, uomo e professionista di una rettitudine e di una competenza ineguagliabili, riesce a staccarsi dai codici rossi del P.S. classico per raggiungere il P.S. COVID, accolto dall’impazienza e dal dolore legittimi di pazienti in coda e sanitari allo sbaraglio. Quando ho finalmente fatto ingresso nella sua stanza, immediatamente sottoposta a terapia, non ho potuto fare a meno di notare che portava con sé una minuscola merendina, di quelle che dispensano i distributori degli ospedali. Una merendina rimasta intonsa, sigillata, ché non c’è il tempo di nutrirsi, se si deve badare al destino degli altri. Nella follia inenarrabile e nel caos di accessi per arresto cardiaco, linfomi aggravati dal virus, fratture scomposte per cui è stato necessario l’intervento dell’ortopedico, edemi e crisi respiratorie, io ho scoperto l’uomo. L’uomo che non dovrebbe, certo, ma pure si sdoppia; l’uomo, che più non può sostituirsi ad un governo politico che ci deve ascolto e assistenza, sostegno nelle contingenti difficoltà. Che ci deve un servizio alla salute per il quale non siamo disposti a mercanteggiare».

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