Petizione online per salvare il molo di Adriano: in poche ore già 300 firme

Sabato 17 Aprile 2021 di Serena COSTA

Una voce che riecheggia dal passato, quella del Molo di Adriano, che chiede di essere ascoltata dalla sua terra natìa, con un obiettivo: che si torni a parlare della sua storia millenaria, del ruolo di scambio merci che rivestì nel corso dei secoli, dando lustro a San Cataldo e a tutto il Mediterraneo. È nata così la petizione su change.org, su impulso di Alfredo Prete, titolare dello stabilimento balneare Lido York, che ieri mattina ha inscenato in diretta Facebook una sorta di intervista impossibile con le pietre che ancora oggi sono visibili nella marina leccese.

 

Boom di adesioni


In poche ore, sono state raggiunte già 300 firme per la petizione Salviamo il Molo di Adriano di San Cataldo, che testimoniano l'appello dell'imprenditore all'indirizzo del Ministero dei Beni culturali, della Regione e del Comune di Lecce, affinché il prezioso monumento venga valorizzato, ripulito dagli atti vandalici che si sono susseguiti negli anni e perché possa costituire una risorsa culturale, un attrattore per appassionati di immersioni, di storia, per turisti e amanti della cultura. Perché San Cataldo merita, ancora una volta, che si accendano i fari su una marina dalle mille potenzialità, ma che non riesce a spiccare il volo. Un'occasione che Prete coglie, dopo tante denunce e battaglie portate avanti negli anni insieme ai colleghi imprenditori della marina, per rilanciare il bello che c'è e che non può essere ignorato.

 

Le motivazioni


Perché questa petizione, dunque? «Se il Molo di Adriano si fosse trovato in qualsiasi altra città costiera, sarebbe stato valorizzato spiega il titolare del Lido York . Basti pensare a Rimini con il ponte di Tiberio: ci sono solamente 4 massi con alcune incisioni romane, eppure c'è la pubblicità sull'autostrada, che invita ad andare a visitarlo. Noi abbiamo una struttura ben visibile, sia all'esterno, che dentro il mare, e potrebbe essere meta di scuole di diving, che farebbero immersioni per vederlo in tutto il suo splendore. Eppure nessuno ne parla. Parliamo di un sito archeologico importante, che si sarebbe dovuto e potuto valorizzare seriamente, ma tutto questo non è mai accaduto: sembra proprio che il Molo segua la sorte di San Cataldo, restando nell'oblio, come una bella sposa che nessuno vuole prendere. Per questo ho lanciato la petizione: è il segno del mio amore verso Lecce».
Come spiegato dall'imprenditore sul gruppo Facebook La voce di Lecce, il Molo di Adriano fu costruito nel secondo secolo dopo Cristo, «sui resti di un nucleo più antico indicato dalle fonti letterarie come luogo dello sbarco dell'imperatore Ottaviano, che era diretto a Roma dopo aver appreso la notizia della morte di Cesare, nel 44 avanti Cristo». Il Molo costituiva il fulcro di innumerevoli scambi di merci tra i popoli del Mediterraneo, rappresentando anche lo sbocco marittimo della fiorente Lupiae, raggiungendo il massimo splendore tra la fine dell'età repubblicana e la prima imperiale. «Oltre ai porti di Brindisi e Otranto, c'era anche quello di San Cataldo commenta Prete che costituiva un approdo sicuro: tra l'altro, l'unico ad aver studiato correttamente le dinamiche delle correnti era stato Adriano».


Ma la sua storia non si fermò al periodo romano. Le fonti confermano che in età medievale, in particolare sotto il dominio della contessa Maria d'Enghien, il portò fu ampliato, diventando un importante presidio marino del regno di Napoli in età angioina, grazie alla sua posizione strategica nel congiungere Oriente e Occidente.
«Maria d'Enghien riporta ai fasti gloriosi il molo, lo ricostruisce e lo fa diventare di nuovo un importantissimo centro di scambi commerciali, tanto che si battevano i prezzi dell'olio e del grano per tutto il mare Adriatico», prosegue l'imprenditore leccese.
L'ultima tappa della storia risale ai primi del Novecento, allorché Cosimo De Giorgi, regio ispettore degli scavi all'epoca, decise di riedificare il molo: all'epoca c'era la tramvia che collegava Lecce a San Cataldo. Ma la ricostruzione non tenne conto delle correnti, sicché il braccio di molo e tutta la zona si insabbiarono e si riempirono di quintali di alghe. Per far defluire le acque e le alghe, il porto fu smantellato per la gran parte, dopo di che il mare ha fatto il suo lavoro.
«Mi auguro che se ne interessi anche l'Università del Salento: queste battaglie non hanno colore politico e non ha importanza chi dia l'input, purché diventino di tutti», conclude Alfredo Prete.

Ultimo aggiornamento: 16:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA