L'intervista/Matilde Montinaro: «Brusca pentito? Non ci credo». Matilde Montinaro non perdona

L'intervista/Matilde Montinaro: «Brusca pentito? Non ci credo». Matilde Montinaro non perdona
di Maurizio TARANTINO
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Giovedì 3 Giugno 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 19:34

«Il perdono è un percorso interiore molto complicato. Non mi sento pronta a pensare al perdono perché non ho mai iniziato quel percorso e non so se lo farò mai. Anche perché non credo al pentimento totale di Giovanni Brusca».
Matilde Montinaro, sorella di Antonio, caposcorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso barbaramente il 23 maggio del 1992, non lascia spazio ad alcuna apertura nei confronti del mafioso siciliano, in libertà da qualche giorno per la fine della pena a cui era stato condannato.

Le vecchie ferite

La pubblicazione di un video in cui “Scannacristiani”, chiede scusa alle vittime delle sue azioni, ha fatto riemergere vecchie ferite nei familiari di chi fu assassinato all’epoca: «Provo un senso di sconfitta profondo - dice Montinaro- come persona che crede nella legalità. Mi sono chiesta se Brusca sia davvero un pentito. Ancora oggi non sappiamo nulla di quelle menti raffinatissime di cui parlava lo stesso Falcone. Di certo la legge va rispettata e noi non abbiamo mai chiesto vendetta, ma resta l’indignazione per qualcosa che va oltre la nostra comprensione perché ad oggi chi ha ucciso mio fratello è in libertà, mentre mia madre ha davvero vissuto un ergastolo senza fine dopo la morte di Antonio».


Matilde Montinaro mette al centro della discussione una questione molto importante: non basta rivelare parte della verità per poter usufruire dello sconto di pena previsto ai pentiti. «Abbiamo commemorato il 23 maggio circa una settimana fa - precisa -, e già pensavamo a programmare i 30 anni dalla strage: tra meno di 50 giorni ricorderemo l’eccidio di via D’Amelio. In mezzo la scarcerazione di Brusca. La paura è che verità e giustizia diventino parole vuote, prive di significato eppure rappresentano un diritto non un desiderio. E questo sarebbe un danno per le nuove generazioni per la totale perdita di fiducia nello Stato». 

Il ricordo


La sorella di Antonio Montinaro ricorda cosa avvenne dopo l’uccisione di Paolo Borsellino: «Il magistrato Antonino Caponnetto si fece prendere dallo sconforto e gridò che tutto era finito. Ma si sbagliava ed ebbe il coraggio di chiedere scusa e ricominciando a credere nella possibilità di sconfiggere la mafia. Ieri è stata è una giornata particolare, la Festa della Repubblica, in cui si è parlato di Patria e come disse Francesco Marcone poco prima di essere ucciso “Lo Stato siamo noi”. Dobbiamo rimboccarci le maniche e agire. La nostra Costituzione è stata creata per eliminare ogni ostacolo, ed oggi un grande ostacolo per la democrazia è la mafia, molto più nascosta di tanti anni fa».
Eppure se Giovanni Brusca è il libertà lo si deve all’intuizione di Giovanni Falcone e alla collaborazione dei cosiddetti “pentiti”: «Maria Falcone - chiarisce - ha detto che si è rispettata la legge che anche suo fratello Giovanni ha voluto. Ed è giusto, essendo questo uno stato di diritto in cui la giustizia non è vendetta. Credo però che le leggi vadano aggiornate. Questo è l’impegno che bisogna assumersi oggi. Io non ho una preparazione giuridica per dire se sia stata una legge giusta. Abbiamo avuto Buscetta, il maxi processo. Sono comunque passati 30 anni, forse qualcosa va rivisto. Oltre all’indignazione dobbiamo avere il coraggio di agire cambiando la cultura di quello che è stato». 

Il progetto delle scuole


Matilde Montinaro è promotrice di un progetto che coinvolge le scuole salentine, ricordando le 104 vittime innocenti di mafia pugliesi partendo dalla loro storia. Un progetto ambizioso quello promosso da Nomeni, l’associazione dedicata ad Antonio Montinaro, in un viaggio di conoscenza che ha l’obiettivo di formare dei veri “costruttori di civiltà”. «Non vogliamo parlare solo della morte -conclude -, ma omaggiare la vita delle vittime e i luoghi dove hanno vissuto e quello che hanno difeso a costo della morte. Mi viene in mente Renata Fonte e la bellezza di Portoselvaggio. Parlare di questi uomini e di queste donne significa dare un senso al nostro territorio, fare capire che anche se non se ne parla più, la mafia c’è ancora, basti pensare alla Sacra Corona Unita che colpisce e uccide anche oggigiorno».

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