Mafia, racket e droga
Batosta anche in Appello:
cinque secoli di carcere

Mafia, racket e droga
Batosta anche in Appello:
cinque secoli di carcere
Solo qualche lieve riduzione di pena, ma la stangata è pesante: 516 anni di carcere per 62 imputati. È cambiato poco nel processo d’Appello ai clan della Sacra corona unita leccese che rialzarono la testa per mettere le mani sulla città negli anni 2012 e 2013. Mafia, estorsioni e traffico di droga: queste le accuse.
Su 63 condanne inferte il 5 luglio di due anni fa dal giudice per l’udienza preliminare, Giovanni Gallo, nel processo in abbreviato (con la riduzione, dunque, di un terzo della pena), il collegio giudicante d’appello (presidente Vincenzo Scardia) ha assolto da ogni accusa in tutto due imputati: si tratta di Mauro Cucurachi, 45 anni, di Lizzanello (avvocati Umberto Leo e Gianfranco Gemma) e di Simone Zimari, 30 anni, di Lecce (avvocato Raffaele Benfatto).
Tante conferme, pene ridotte per alcuni imputati e confermate per gli uomini ritenuti gli ultimi referenti della Scu nell’inchiesta del procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia, Guglielmo Cataldi, e dei poliziotti della Squadra mobile. Come per l’ergastolano Cristian Pepe, 43 anni, di Lecce, collocato a capo di uno dei due gruppi mafiosi: 20 anni, in primo grado e 20 anni in appello. Stessa pena per Maurizio Briganti, 48 anni, di Lecce, ritenuto il numero uno dell’altro clan. Per Briganti, tuttavia, la pena ha tenuto conto della continuazione con due condanne precedenti. Questa procedura ha fatto sì che il dispositivo della sentenza abbia previsto pene ancora più elevate di quelle inferte in primo grado per imputati del calibro di Ivan Firenze (20 anni), Alessandro Ancora (15 anni, Antonio Pepe (23 anni) e Ciro Vacca, 14 anni.
L’appello ha dunque confermato le responsabilità dei due gruppi mafiosi in conflitto che fecero salire verticalmente il senso di insicurezza con gli attentati ai bar, ai rivenditori ambulanti di panini e bibite, nonché con i conflitti a fuoco. Episodi per i quali il “Nuovo Quotidiano di Puglia” organizzò un corteo per ribadire la volontà della città a non piegarsi al cima di paura che si stava diffondendo.
Ci sono due altri episodi che hanno fatto discutere ed indignare, nel processo d’appello. Il primo riguarda quella parte del clan Briganti che nel 2012 si sarebbe adoperato per prendere il monopolio nelle affissioni della campagna elettorale del 2012 per il rinnovo del sindaco e del consiglio comunale di Lecce: per Maurizio Contaldo, 56 anni, di Lecce, è stata confermata la condanna a sette anni di reclusione.
L’altro episodio riguarda la scelta di togliersi la vita fatta da un ragazzo di 21 anni, di Cavallino, perché non riusciva a reggere più le pressanti richieste di chi lo voleva costringere a pagare un debito: anche il processo d’appello ha ritenuto responsabili dell’accusa morte come conseguenza di altro reato Salvatore Tarantino, Adriano Barbetta e Juri Zecca. Con ritocchi in ribasso rispetto alle condanne di primo grado. Ridotta la pena al collaboratore di giustizia Gioele Greco le cui rivelazioni erano state fondamentali per venire a capo di questa tragedia: da 8 anni a 6 anni e 4 mesi. I familiari si sono costituiti parte civile con l’avvocato Marino Giausa.
Tre mesi il termine per il deposito delle motivazioni della sentenza. Le attendono gli avvocati per giocare In Cassazione l’ultima carta per le assoluzioni o le riduzioni di pena.
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Sabato 9 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 13:51