Tornano lupi, linci e cinghiali: Salento rewilding

Domenica 5 Maggio 2019 di Elio PAIANO

Salento rewilding? Perché no? Un movimento che cresce a vista d'occhio: solo in provincia di Lecce sono almeno 20 i gruppi chiusi o segreti di Facebook che spingono verso questa politica.
Il Salento ritorna ad avere gli splendidi animali di un tempo. Lupi e cinghiali non sono che il segno più evidente. Ma non sono i soli. Oltre a loro, animali quasi leggendari come le linci, volatili enormi come poiane ed avvoltoi, ma anche caprioli e foche monache tornano a popolare il nostro territorio.
Un ripopolamento inatteso o - se non altro - non provocato dall'uomo e che quindi non gestito se non come un problema
Ma cosa è successo? Da un lato l'utilizzo delle campagne è tornato quello di un tempo, con grandi areali non coltivati, dove la natura sta ristabilendo il suo naturale equilibrio, fatto di fauna selvatica meravigliosa ed affascinante (un patrimonio da proteggere per le generazioni future). Dall'altro, con estremo ritardo, dal 2000 la Regione Puglia ha istituito le sue aree protette di Puglia.
Il renwilding nasce con George Monbiot, apprezzato veterano del giornalismo scientifico, che lanciò dalle pagine del Guardian un Manifesto per il rewilding del mondo. Cosa significa rewilding? Una possibile traduzione potrebbe essere rinaturalizzazione, ma probabilmente non rende abbastanza giustizia alla definizione originale, che si indica un ritorno alla natura selvaggia, quella delle originari. Come spiegano dal movimento Rewilding Europe, che in Italia ha il suo unico centro in Rewilding apennines (@rewildingapennines su Facebook), «l'obiettivo è collegare tra loro le diverse aree protette dell'Appennino centrale, rendendole parte di un sistema molto più vasto, un corridoio ecologico nel quale la fauna selvatica potrà liberamente passare da un'area all'altra».
In teoria è la direzione in cui si dovrebbe lavorare anche nel Salento: creare corridoi ecologici tra i vari parchi, ripristinando di fatto ecosistemi, favorendo il ritorno di grandi carnivori ed erbivori per poi lasciare fare alla natura il proprio corso. Insomma, favorire il ritorno della grande fauna selvaggia in vaste aree ormai abbandonate dall'agricoltura non è solo un metodo per la ricostituzione degli ecosistemi naturali, ma si presenta come un potenziale elemento di sviluppo socioeconomico, in grado di catturare un particolare segmento di turismo come avviene altrove.
Insomma, il Salento potrebbe ritornare come un tempo, un tempo lontano, fatto di lupi e di streghe, di falchi, lepri, volpi e lonze, come quella, bellissima, del mosaico della Cattedrale di Otranto. Del resto, come spiega Francesco Minonne, biologo naturalista del Parco regionale Otranto-Leuca che segue da tempo il progetto di monitoraggio che ha portato alla scoperta della presenza del lupo, «quest'area è stata sempre popolata da lupi: a Badisco ed a Palascìa, alle Orte, ma anche ad Alimini e a Frassanito ci sono evidenze archeologiche della sua presenza, è semplicemente tornato nelle sue zone, come ci hanno chiarito i ricercatori. Sempre secondo le ricerche, il percorso di espansione sarebbe partito dal Gargano, da qui nell'area di Martina Franca, e poi nel Salento. L'area di Otranto è perfetta per loro perché possiede vaste aree naturali, ancora molte greggi ed anche selvaggina. Ora abbiamo un progetto, in attesa di finanziamento, che serve non solo per lo studio del lupo, ma anche per aiutare i produttori in area parco a dotarsi di speciali protezioni passive anti lupo e ad avere un sistema di rimborsi per i danni. Confidiamo - conclude il biologo - di riuscire ad ottenerlo per proseguire la nostra attività».
Del resto, la presenza del lupo nel Salento risale a poco tempo addietro, ai racconti dei nonni. La campagna salentina è piena di sistemi di difesa da questo fantastico predatore: muri paralupi, sistemi di riparo per gli animali da corte, etc. Anche dal versante ionico, le segnalazioni di lupi si moltiplicano. In pratica, se discende dal Nord, dalle aree in cui ritrova il suo antico habitat riesce anche a riprodursi. Insomma, la mappa degli spostamenti è abbastanza ampia. Così, forse, nelle prossime notti di luna piena, si potrà tornare a sentire il loro celebre ululato. Ma il lupo non è il solo animale ad essere tornato (la conferma del Dna si è avuta poco più di tre anni fa), ora ci sono le sue prede: i cinghiali che ad Alimini e nell'Arneo erano presenti fino agli anni '70, ma anche altri ungulati come i caprioli. Del resto, a Santa Cesarea, resiste ancora l'abitato di Cerfignano, dal latino terra dei cervi proprio per l'enorme presenza di questi animali in un passato non molto lontano.

Ultimo aggiornamento: 7 Maggio, 17:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA