Scu, torna libero Briganti: «Pochi indizi a suo carico»

Scu, torna libero Briganti: «Pochi indizi a suo carico»
di Roberta GRASSI
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Giovedì 8 Dicembre 2022, 10:57 - Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre, 08:04

Aveva intrapreso un percorso di “distacco”, così aveva dichiarato. E il Tribunale di sorveglianza di Pescara, dopo sette anni di detenzione ininterrotta gli aveva concesso di tornare in libertà (vigilata) per andare a lavorare. Poi era stato riarrestato perché ritenuto al vertice di una associazione dedita al narcotraffico con base stabile nella zona 167 B di Lecce. Pasquale Briganti è ora tornato in libertà, su decisione del Tribunale del Riesame (Cazzella, Verderosa, Gallo), dopo che la Cassazione ha condiviso le osservazioni dei suoi legali, Ladislao Massari e Antonio Savoia. Impossibile sostenere la sua partecipazione all’associazione sulla base di quanto dichiarato dai collaboratori di giustizia, poiché si tratta di ricostruzioni antecedenti al periodo al quale è riferita l’inchiesta (partita nel 2019). Altrettanto difficile agganciare l’accusa a un paio di intercettazioni, telefonate e conversazioni fatte da altri. 

La Cassazione aveva annullato il rigetto 

La Cassazione aveva così annullato il primo rigetto del Riesame, con rinvio allo stesso Tribunale di Lecce in diversa composizione. E nelle scorse ore è giunta la decisione: libero, Pasquale (detto Maurizio) Briganti. Al suo nome è stato associato l’appellativo di “boss”. Ma dopo l’ultimo arresto, davanti al giudice per le indagini preliminari Marcello Rizzo, aveva detto la sua: «Sono stanco. Ho già pagato e vorrei riuscire a voltare pagina una volta per tutte, dedicarmi alla mia famiglia, ma il mio nome viene tirato in ballo ingiustamente». Era lo scorso aprile. Aveva trovato lavoro in una nota pizzeria della città e poi aveva aperto un’enoteca con la moglie. Aveva insomma negato di essere stato parte attiva nell’organizzazione che avrebbe gestito un fiorente traffico di droga e un sistema di estorsioni perpetrato ai danni degli ambulanti della città capoluogo del Salento, costretti a pagare - secondo gli investigatori - dai 20 ai 50 euro per poter lavorare.

La posizione dei legali 

E tanto hanno ribadito, in punto di diritto, i suoi legali dinanzi agli Ermellini convinti che vi fosse la «non configurabilità» di un quadro gravemente indiziario a suo carico. E l’impossibilità logica, quindi, di ritenere Briganti come “promotore” dell’associazione in questione, proprio per via della sua detenzione ininterrotta dal 26 febbraio 2014 al 14 novembre 2019 e la successiva sottoposizione prima alla misura di sicurezza dell’internamento in un una casa di lavoro, poi a una nuova misura cautelare fino alla scarcerazione dell’ottobre 2021. Briganti, tra l’altro, risulta coinvolto in un altro procedimento per associazione per delinquere di stampo mafioso. Ma, hanno fatto emergere i legali, si tratterebbe «della medesima associazione» e di analoghe accuse. 

L'operazione Game over

L’arresto era stato eseguito nell’ambito di una inchiesta che nell’aprile scorso aveva riguardato 21 persone, e nella cui narrazione Briganti era collocato al vertice dell’omonimo clan attivo a Lecce città, pur senza accuse di associazione mafiosa. Gli si contestava un legame di affinità con un altro personaggio “di vertice”, Carlo Zecca: «I gravi indizi – è stato però fatto emergere – sono stati desunti da episodi che riguardano altri soggetti, mentre lui non ha avuto alcun contatto con Zecca, né con altri coindagati». 
E poi dall’assunto secondo cui per operare si doveva chiedere il “benestare” proprio al presunto capo. «Tutte le dichiarazioni prese in esame – ha stabilito quindi la Cassazione – sono state rese in relazione a fatti accaduti in epoca antecedente per quelli per cui si procede, contestati a partire dall’anno 2019. I collaboratori di giustizia Tommaso Montedoro e Angelo Corrado, ad esempio, hanno reso dichiarazioni nel 2018 e nel 2016, mentre le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Romano sembrano riferirsi all’anno 2017». Per il resto ci sono due intercettazioni telefoniche che non bastano, per la Suprema corte, a garantire che vi siano gravi indizi di reato attualmente riferibili al presunto (a suo dire ex) boss. 

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