Lecce, lo striscione dopo il blitz: «Dovete morire verme....e tu giornalista sei il primo della lista»

Lo striscione esposto in via Siracusa
Lo striscione esposto in via Siracusa
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Mercoledì 27 Aprile 2022, 08:36 - Ultimo aggiornamento: 21:53

Doveva essere esposto nello stadio di via Del Mare di Lecce lo striscioneNon è mai Game Over” comparso il giorno dopo il blitz della Procura antimafia e dei poliziotti della Squadra mobile. Perché gli autori apparterrebbero alla frangia più estrema della tifoseria giallorossa che sta sostenendo il Lecce nella corsa alla promozione in serie A. Gente che avrebbe anche augurato di passare a migliore vita ad un non meglio indicato giornalista che si è occupato del blitz dell’8 aprile contro il clan del boss Maurizio Briganti con 17 arresti ed anche della comparsa dello striscione il giorno dopo all’esterno della saletta di via Siracusa indicata dall’inchiesta “Game Over” come luogo in cui sarebbero state reclutate le giovani leve e si sarebbero tenuti anche i riti di affiliazione al clan. Questo il messaggio  diretto al giornalista: «Dovete morire vermi....e tu giornalista sei il primo della lista»

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Il refrain di Blanco

Tutto certificato nelle chat di Instagram che hanno riportato anche il refrain della canzone di Blanco, “Finchè non mi seppelliscono”, per giurare fedeltà agli indagati colpiti dalla misura cautelare: “Anche se prendessi un ergastolo. Sto con te. Finché non mi seppelliscono. Sto con te”.

Due richieste di annullamento

Si parla di tutto questo nella “Comunicazione di notizia di reato” (Cnr) depositata ieri mattina al Tribunale del Riesame dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, Giovanna Cannalire, titolare dell’inchiesta, nell’udienza dedicata alle richieste di annullamento delle misure cautelari per Carlo Zecca, 33 anni (avvocati Ladislao Massari ed Antonio Savoia) e per Sergio Marti, 48 anni (avvocato Savoia), accusati entrambi di associazione mafiosa: istanze rigettato dal collegio (presidente-relatore Carlo Cazzella, a latere Antonio Gatto e Pia Verderosa), se non per un capo di imputazione (estorsione) sui 31 contestati a Zecca, quest'ultimop ritenuto il capo facente funzione del clan durante la permanenza in carcere di Briganti.

«La partita non è chiusa»

In questo ambito la Procura ha integrato gli atti dell’inchiesta con la Cnr dei poliziotti della Digos sull’attività svolta sullo striscione che ha voluto negare il principio contenuto nel nome dato al blitz: la partita non è mai chiusa. Come dire che una certa parte di popolazione leccese ritiene che nessuna inchiesta dell’autorità giudiziaria e delle forze dell’ordine possa tagliare definitivamente le radici messe dalla Scu sin dalla fine degli anni Ottanta. Che è poi una ammissione indiretta di un reato, l’associazione mafiosa, per il quale gli arrestati rischiano condanne anche fino a 20 anni di carcere.

Il contesto mafioso

Non c’è l’autore dello striscione, in quella Cnr. C’è il contesto, il contesto desunto dalle chat su Instagram di persone imparentate o legate da rapporti di amicizia agli indagati. Le stesse che poi si sarebbero prese la briga di tenere lo striscione esposto giusto il tempo di scattare qualche foto e farle girare nelle chat. E aggiungere commenti fra l’offensivo ed il minaccioso anche contro chi ha fatto il punto sullo stato delle indagini con gli articoli apparsi in quei frangenti. Una modus operandi - quest’ultimo - che non è mai appartenuto alle centinaia di indagati dei blitz perlomeno degli ultimi 20 anni.

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