Tentò di rubare una melanzana: assolto dopo 9 anni di processo

Lunedì 26 Marzo 2018 di Erasmo MARINAZZO
C’è stato bisogno del pronunciamento dei giudici della Corte di Cassazione per stabilire che per il furto di una melanzana, anzi il tentato furto, potesse applicarsi la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. E ci sono voluti quasi nove anni fra inchiesta e processo per mettere la parola fine al procedimento penale a carico di un uomo che oggi ha 49 anni, di Carmiano, e che nell’autunno del 2009 se n’era andato in giro per un campo di melanzane portandosi dietro un catino e lasciando la macchina parcheggiata sul ciglio della strada con il cofano aperto. Come se volesse prelevare a Km0 qualche decina di chili del ortaggio. Senza chiedere permesso. Probabile che l’intenzione fosse quella. Intanto in quel catino i carabinieri di melanzane ne trovarono soltanto una. Valore, dal produttore al consumatore, ma senza il consenso del primo, di non più di una ventina di centesimi.
Poca cosa rispetto alle migliaia di euro costati allo Stato l’inchiesta ed i tre gradi di processo, visto che l’imputato è risultato indigente ed ha usufruito del patrocinio gratuito. E visto anche che la causa di forza maggiore non era stata presa in considerazione. Nei processi di primo grado e di appello non erano state ravvisate le condizioni per giustificare il furto con la necessità di portare a casa un tozzo di pane. Equivalente, nel concetto, ad una melanzana: perché per l’imputato si era parlato di condotte abituali, in ragione di alcuni precedenti anteriori all’anno 2000. E perché non era riuscito a dimostrare al giudice lo stato di indigenza. 
Quello che per i più, per i non addetti ai lavori del sistema della giustizia, è sembrato un paradosso, è stato risolto con la sentenza depositata martedì della scorsa settimana dai giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione.
 
Hanno accolto il ricorso presentato dal difensore del ladro di una melanzana. Il ricorso contro la sentenza d’Appello che aveva sì ridotto la condanna a cinque mesi inferta dal giudice onorario del Tribunale di Lecce, Domenico Greco. Ridotta perché l’accusa di furto era stata derubricata in tentato furto. Di assoluzione non se ne parlò, allora.
Ed ora gli “ermellini” bacchettano. Per un errato calcolo della pena massima che avrebbe poi comportato l’impossibilità di considerare la tenuità del fatto: «La Corte leccese, sul punto è incorsa in una evidente svista», hanno scritto nella sentenza. «Avendo escluso già in astratto la necessità di una verifica della particolare tenuità a causa del “limite edittale di sei anni di reclusione, previsto per la fattispecie di reato. Nell’immediatamente successivo sviluppo della motivazione però, gli stessi giudici di appello hanno reputato ravvisabili gli estremi del tentativo. Non avvalendosi della conseguente riduzione del massimo della penna da sei a quattro anni di reclusione. Tanto precisato ci si trova dinanzi ad una condotta da ritenere occasionale: è vero che l’imputato risulta gravato da pregresse condanne, ma la nozione di comportamento abituale, da tenere presente ai fini dell’applicazione della causa di esclusione della punibilità in argomento, non può essere assimilata a quella di recidiva».
La sentenza ha concluso che non vi siano ragioni per non ritenere il tentato furto di una melanzana un fatto di tale poco conto da non dovere essere punito con una condanna. Ultimo aggiornamento: 17:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA