La Basilica dopo il restauro: giù il velo. Ad agosto via i ponteggi

Lunedì 8 Luglio 2019 di Ilaria MARINACI

Luci, musica e la bellezza del rosone. È il simbolo di Santa Croce, la basilica barocca per eccellenza, che spunta per primo quando il telo, alle 21.40 della sera, comincia a cadere giù. Lentamente, gradualmente, lasciando tutti a bocca aperta. Un'emozione forte.
Folla delle grandi occasioni ieri durante la cerimonia di svelamento della facciata. La basilica restituita alla città con tutto il suo splendore. E con i leccesi (e non solo) che non sono voluti mancare ad uno degli eventi più attesi dell'anno e hanno riempito quasi completamente piazzetta Riccardi e via Umberto I (in tutta la sua lunghezza) alla ricerca della migliore visuale per non perdere la rimozione del telone che ha nascosto il più famoso esempio di arte barocca salentina per due anni. Il tempo necessario ai tecnici della società Nicolì per fare un lungo ma non più rinviabile restauro, visto che, dal 2011, si sono segnalati i primi preoccupanti cedimenti dal fastigio.

Il primo lotto di lavori ha riguardato proprio la parte superiore e più delicata della facciata, mentre il secondo, partito nel 2017 e finanziato con due milioni di euro di fondi regionali (beneficiaria la Curia, proprietaria dell'immobile), ha interessato il resto della facciata, dal rosone in giù.
Il momento più atteso si è avuto intorno alle 21.40 quando gli addetti della ditta Nicolì hanno cominciato a calare il telone, mentre un gioco di luci illuminava la facciata dietro il velo. Sono stati necessari circa 9 minuti per completare l'operazione, ma subito dopo aver scoperto il rosone è partita in maniera molto suggestiva la suite composta da Raffaele e Carla Casarano in omaggio alla basilica.

Un lungo applauso ha accolto il termine dello svelamento e la restituzione ufficiale alla città di Santa Croce. Anche se è bene ribadirlo ci vorrà circa un mese, forse anche tre settimane, prima che l'impalcatura venga completamente smontata. Solo ad agosto, quindi, le meraviglie del barocco potranno essere ammirate senza le griglie metalliche dei ponteggi che impediscono di coglierne l'essenza nel suo insieme.

C'è, paradossalmente, un'altra faccia della medaglia. Non ci sarà più l'opportunità avuta durante questi due anni di lavori di apprezzare l'arte di Riccardi, Penna e Zimbalo (padre e figlio) da distanza ravvicinata: la ditta Nicolì, contestualmente al cantiere e con il via libera della Soprintendenza, aveva organizzato visite gratuite quotidiane sul ponteggio. Grazie all'ascensore si potevano raggiungere percorsi preferenziali e ascoltare il racconto delle guide dell'associazione Welcome Lecce. Che sia stata un'intuizione geniale e vincente lo dimostra l'alta partecipazione: più di 17mila visitatori in 24 mesi. Cifre che non è facile raggiungere in città delle dimensioni di Lecce.

Ma la cerimonia di ieri promossa dalla Soprintendenza non si è limitata soltanto alla rimozione del telo. Con la conduzione del giornalista Marcello Favale, la serata si è aperta sulle note del pianoforte di Mirko Signorile che ha intrattenuto il pubblico prima dell'inizio di due tavole rotonde. La prima, nello specifico, è stata una sorta di condivisione con la città dell'intervento fatto sulla facciata, dove sono state sperimentate tecniche e materiali innovativi. Grazie al supporto di una serie di slide, l'architetto Giovanna Cacudi, che ha diretto i lavori per conto della Soprintendenza, ha spiegato nel dettaglio la metodologia con cui si è deciso di procedere, quali sostanze sono state usate (il fosfato e l'ossalato di ammonio) e perché. Fra gli altri, ha preso la parola anche uno dei consulenti che ha affiancato la Soprintendenza, il professor Mauro Matteini, componente del consiglio scientifico dell'Opificio delle pietre dure di Firenze.

«Abbiamo puntato - ha detto Matteini - sulla compatibilità dei trattamenti usati, durevoli e poco invasivi. Possiamo stare tranquilli per qualche anno, ma lo stress termico a cui è sottoposta la pietra leccese è notevole. Fondamentale sarà il monitoraggio». Oltre alla facciata, l'intervento ha riguardato all'interno anche i sei altari della navata destra. L'altra tavola rotonda, invece, è stata dedicata alle considerazioni più istituzionali.
«Avverto tutto il peso e la responsabilità - ha dichiarato l'arcivescovo Michele Seccia che guida la diocesi di Lecce da circa un anno e mezzo - dello splendore dell'arte legato alle chiese. Cercheremo di averne cura». Il sindaco Carlo Salvemini, in particolare, ha lodato l'iniziativa che ne ha permesso la fruizione durante i due anni di lavori: «I leccesi si sono lasciati cogliere dalla curiosità di vedere il cantiere. È il diritto ai beni culturali che la gente percepisce come propri».

Per l'assessore regionale alla Cultura, Loredana Capone, si è trattato di un'esperienza innovativa: «Abbiamo trasformato il problema dell'impalcatura in una opportunità di fruizione unica che ha richiamato studiosi, ricercatori ma soprattutto cittadini». Massima soddisfazione è stata espressa dalla soprintendente Maria Piccarreta che, con la sua squadra, ha coordinato le operazioni di recupero: «Mi piace pensare che questo sia stato un cantiere esemplare. Il restauro insegna ad ascoltare le pietre e mai come in questo caso si rimaneva incantati».

Una bella serata anche se non è mancata qualche nota stonata: alcuni leccesi si sono lamentati perché l'area intorno al sagrato era transennata e le sedie riservate solo agli invitati (esclusi i giornalisti che sono rimasti in piedi a lavorare). Malumore, forse fisiologico in occasioni come queste, per quella che qualcuno ha definito «una scelta elitaria». Ma è bastato che il telo, poco prima delle 10 della sera venisse giù, perché la bellezza si prendesse la scena. Con il barocco tornato a risplendere.

Ultimo aggiornamento: 09:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA