Inchiesta sulle case popolari, si riunisce il Senato: deciderà per l'utilizzo delle intercettazioni del senatore Marti. Ma incombe la prescrizione

Inchiesta sulle case popolari, si riunisce il Senato: deciderà per l'utilizzo delle intercettazioni del senatore Marti. Ma incombe la prescrizione
di Erasmo MARINAZZO
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Mercoledì 14 Ottobre 2020, 08:44 - Ultimo aggiornamento: 10:29

Il Senato affronta per la prima volta la richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni del senatore leccese Roberto Marti (Lega). L’istanza arrivata il 29 settembre dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Giovanni Gallo, verrà discussa dalla Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari a partire dalle 13.30 di oggi dopo che il 5 novembre dell’anno scorso l’omologa Giunta della Camera aveva concluso per la competenza del Senato: senatore oggi, Roberto Marti, componente della Camera nel 2014 quando nelle intercettazioni dell’inchiesta sulle case popolari fu contattato dagli ex assessori Attilio Monosi e Luca Pasqualini. Dando così vita al fascicolo dei pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci che lo vedono indagato con Monosi, l’ex assessore Damiano D’Autilia, il funzionario comunale Pasquale Gorgoni, il “collettore di voti” Rosario Elia ed i beneficiari di una casa confiscata alla mafia, Antonio Briganti e Luisa Martina (il primo fratello del boss della Scu Maurizio Briganti) per le ipotesi di reato di tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato.

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Relatore della Giunta presieduta da Maurizio Gasbarri (Fbp-Udc) sarà l’avvocato Meinhard Durnwalder, 44 anni, di Bolzano, tesoriere del gruppo per le Autonomie (Supp, Patt, Uv), per riferire su una questione tecnico-giuridica che ha visto fino ad ora le due Camere spaccate sul riparto delle competenze: se la Camera ha stabilito che di Marti dovrà occuparsene il Senato, per il parlamentare campano Luigi Cesaro il Senato ha avuto un orientamento esattamente contrario nonostante l'uno e l'altro, cioè Cesaro e Marti, siano senatori entrambi e, all'epoca dei fatti contestati, entrambi deputati. 

Il giudice che ha presentato la richiesta di autorizzazione, il giudice Gallo, ha ritenuto che dovesse essere la Camera ad occuparsene: lo fece presente nella istanza inviata il 5 febbraio dell’anno scorso (seguita da un sollecito del 17 ottobre) e lo ha ribadito due settimane fa quando la procedura è stata sbloccata dal pantano delle burocrazie grazie all’interpellanza dei parlamentari salentini del M5s inoltrata ai presidenti Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati (Camera e Senato), nonché al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Peraltro la Casellati il 6 ottobre ha fatto pervenire una lettera al giudice Gallo per rassicurarlo di prendere a cuore la questione, dopo che allo stesso giudice non era stata mai notificata la decisione presa dalla Camera il 5 novembre dell’anno scorso.

«Come affermato in numerose decisioni della Corte Costituzionale, la ratio della garanzia prevista dall’articolo 68, secondo e terzo comma (che richiede l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare solo per il compimento di alcuni atti, tassativamente elencati), non mira a tutelare la persona fisica, il prestigio o il “buon nome” dei singoli parlamentari», ha scritto il giudice al Senato. «Non si tratta, infatti, di una garanzia posta a presidiare un diritto individuale del parlamentare, quanto piuttosto la funzione costituzionale da esso svolta, onde evitare che la medesima venga condizionata, controllata o limitata nell’espletamento di atti di indagine invasivi». Quanto tempo impiegherà la Giunta del Senato a definire la questione? La prescrizione, peraltro, è dietro l’angolo, essendo già passati sei anni dai fatti contestati.

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