Gli ultimi a vederlo tre amichetti: 42 anni di ricerche e di dolore

Venerdì 14 Febbraio 2020
Andrea TAFURO
Un mistero intriso di sofferenza lungo 42 anni. Cosa sia accaduto a Mauro Romano, il bimbo di appena 6 anni scomparso da Racale il 21 giugno 1977, rimane domanda senza risposta. E, a distanza di tanti anni, sono cambiate diverse cose ma non la voglia di una madre, Bianca Colaianni, di sapere che fine abbia fatto il figlio.
«Sto male, l'arresto del presunto pedofilo non mi ha sorpreso, anche se non lo conoscevo di persona e non aveva rapporti con la mia famiglia commenta a caldo la donna -. A distanza di 43 anni, mi rimane poca forza per reagire ma voglio sapere che fine ha fatto mio figlio».
Il 21 giugno 1977, il piccolo Mauro Romano era rimasto in casa dei nonni materni insieme al fratello più grande, per l'assenza dei genitori andati a Poggio Marino, nel Napoletano, per il funerale di un parente. Il bimbo trascorse parte della mattina tra giochi in paese e una passeggiata pare con la zia Virginia, sorella della madre. Poi la misteriosa scomparsa. Del bambino nessuna traccia.
Le prime ricerche effettuate intorno alle 18.30 del pomeriggio, dai familiari e da alcuni amici non portarono a nulla. Alle 22 i nonni e la zia si recarono quindi dai carabinieri per la denuncia di scomparsa. Da qui presero avvio le indagini che ancora oggi continuano. I genitori furono messi al corrente che il figlio era scomparso al rientro il giorno dopo. In casa Romano seguirono ore frenetiche. Il lavoro degli inquirenti si indirizzò in breve verso Castelforte, località di Taviano, distante poco più di 3 km dalla casa dei nonni situata in vico Immacolata, a Racale.
Le tracce seguite dalle unità cinofile portarono al ritrovamento in un trullo di un batuffolo di ovatta usato come tampone narcotizzante e un giaciglio di erba secca, per anni gli unici elementi in mano a chi indagava. Poi il nulla apparente, fino a quando uno sciacallo comparse sulla scena improvvisamente. Fu arrestato perché diceva di aver rapito Mauro e voleva 30 milioni per la sua restituzione, aveva riferito che il bambino era a Castelforte, in custodia di una donna bionda. Segnalazione rivelatasi allora infondata.
Da quel giorno sono seguiti lunghi anni di silenzi e di angoscia, sino al 1998 quando vennero fuori le dichiarazioni, poi ritrattate, di un giovane che raccontò ai poliziotti che la mattina del 21 giugno del 1977 mentre giocava a nascondino con Mauro a Castelforte, comparve «un uomo di grossa stazza, con becco e baffo e con capelli ricci di colore nero» che prese Mauro e lo portò con se verso un'auto bianca dove lo aspettava un secondo uomo. Messo in macchina, Mauro fu portato via. Ricostruzione, come detto, smentita dal giovane che parlò di racconto frutto della sua immaginazione.
Auto e richiesta di denaro ritornano spesso nei racconti. Nel 2007 un nuovo avvistamento. Mamma Bianca sfogliando un settimanale rosa intravede nella foto di un giovane arabo le sembianze di Mauro. Stessa età, stessa bocca, stessi segni particolari. Ma anche qui ogni tentativo si risolse in un nulla di fatto. Nel 2010 si apre un terzo capitolo: i genitori di Mauro, Bianca Colaianni e Natale Romano, invogliati da figlio grande, che riferì di uno strano individuo che faceva giri in vespa al fratello piccolo, e dai racconti di un amico, si rivolgono nuovamente al procuratore della Repubblica Cataldo Motta per far riaprire le indagini. Nella denuncia si puntò il dito su un testimone di Geova di Racale «che ai tempi della scomparsa di Mauro frequentava assiduamente la loro casa». Anche questa pista si rivelò senza via d'uscita.
Tra tanti misteri, alimentati anche dagli anni che inesorabilmente passavano, arrivò però una certezza: Mauro Romano il giorno della scomparsa si era fermato a giocare tra le 17 e le 17.30 con alcuni bambini nei pressi di un deposito di rifiuti ferrosi sulla via per Melissano. Fra questi c'erano Fabrizio Schito, autore della rivelazione agli atti delle indagini, Walter De Lorenzis e il boss Vito Paolo Troisi, quest'ultimo in carcere dal 1997 per l'omicidio del rivale Luciano Stefanelli di Taviano. Lo stesso ergastolano, che inviò un telegramma al gip Annalisa De Benedictis chiedendo di parlare, ma interrogato disse di voler parlare solo con Motta. Anche qui purtroppo nessun riscontro, così come avvenne un anno più tardi con l'indagine ai danni di un barbiere del posto che finì poi archiviata.
Sono cambiati i luoghi, i fatti, i nomi. Solo il dolore è sempre lo stesso. «In questa casa si piange tutti i giorni», dice la mamma.
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