Galatina, ospedale Covid ancora in alto mare: due pazienti intubati e trasferiti d'urgenza a Lecce. La Regione “striglia” la Asl: «Basta ritardi»

Giovedì 19 Novembre 2020 di Maddalena MONGIò

Due degenti Covid ricoverati a Galatina intubati e trasferiti nella notte nella Terapia intensiva del Dea di Lecce. È l'altra faccia della medaglia del pasticcio Galatina. Anche in primavera i pazienti che si aggravavano e rischiavano l'insufficienza respiratoria venivano trasferiti al Dea, ma non sarebbe dovuto accadere in questa seconda ondata dove era previsto, per Asl Lecce, che Galatina fosse un ospedale convertito alla cura dei pazienti Covid. La Regione, lunedì scorso, ha chiesto alla Asl salentina di accelerare sulla conversione e di dedicare l'intero Dea al Covid. Una scelta inaspettata perché sinora il Dea non è mai stato incluso in nessuno dei piani ospedalieri Covid. E non solo. Galatina deve destinare al Covid 120 posti letto, il Dea ha una capienza di 330 per un totale di 450 posti letti, ma entro il 30 novembre la Asl deve renderne disponibili 380.


A questo punto si profila un grosso interrogativo: è cambiata nuovamente la previsione della Regione o il direttore del Dipartimento della Salute, Vito Montanaro, ha chiesto l'impegno del Dea per coprire la falla nel sistema aperta dai notevoli ritardi su Galatina? Il paradosso? Il Covid è un'occasione per Galatina che ha la possibilità di attrezzare l'ospedale con standard che la portano ad avere i requisiti per il primo livello, ma di questo passo il rischio che sia un'opportunità persa è dietro l'angolo.


Intanto ci sono i mugugni per i percorsi sporco/pulito in entrata e uscita dai reparti dei contagiati. Intanto sono tutti occupati i posti letto presenti nel Padiglione De Maria, il laboratorio analisi no-Covid è stato attrezzato in un prefabbricato adiacente il Padiglione De Maria con disagio per gli utenti che sono costretti all'attesa all'esterno senza neppure una copertura dove trovare riparo in caso di pioggia. In questo scenario il presidente dell'Ordine dei Medici di Lecce, Donato De Giorgi, mette una nuova pedina in campo indicando negli ex ospedali dismessi: in particolare Nardò e Campi Salentina, i centri da utilizzare per la degenza dei pazienti ormai usciti dalla fase critica della malattia, ma ancora non dimissibili perché positivi. Secondo le più recenti direttive, infatti, un degente positivo, se le condizioni di salute lo consentono, non può essere dimesso prima che siano trascorsi 21 giorni di degenza.

«Ogni progetto va bene - premette De Giorgi - purché si realizzi nel più breve tempo possibile. È importante che la Regione abbia deciso di dedicare interi ospedali al Covid perché questo fa presupporre che ci siano ospedali no-Covid. Secondo me bisognava concentrare tutto su Galatina: mi lascia perplesso la decisione di utilizzare ancora il Dea che per le attrezzature disponibili è molto importante per la sanità del territorio. Su Galatina c'è molta confusione: chi dice che non funziona, chi lamenta lo stress degli infermieri, chi afferma che la città ha bisogno di un ospedale no-Covid. Così si spiega perché l'ospedale stenta a partire con la nuova attività sanitaria: troppe resistenze sul territorio e politiche. Si è diffusa la convinzione, sbagliata, tra gli amministratori locali e tra alcuni politici che la città abbia bisogno di un ospedale con tutte le specialità. Ma adesso siamo in emergenza e tutti dobbiamo contribuire a superare l'emergenza sanitaria».


In quest'ottica De Giorgi ha detto che non è il momento di criticare o polemizzare, ma di adattarsi alle decisioni anche se per la destinazione di San Cesario a ospedale di Comunità Covid qualcosa da dire ce l'ha. «I ritardi su Galatina e San Cesario creano difficoltà forti, innanzitutto al personale sanitario sottolinea De Giorgi e soprattutto ai cittadini. Per fortuna in provincia di Lecce non siamo ancora con l'acqua alla gola, ma potremmo esserlo nel giro di qualche settimana. Potremmo essere sovraccaricati da pazienti in arrivo da Foggia e Bat. È uno scenario verosimile. I miei colleghi stanno facendo più di quello che si percepisce, nella gran parte dei casi, ovviamente con la difficoltà di non vedere una guida certa, ma questo è anche normale tenuto conto del momento particolare che stiamo vivendo. Bisogna dare risorse al territorio e da questo punto di vista ritengo che si sarebbe dovuto dare agli ex ospedali la cura dei pazienti post Covid».

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