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Festa di Sant'Oronzo, il monito del vescovo Seccia: «Politici e famiglie, basta slogan»

Festa di Sant'Oronzo, il monito del vescovo Seccia: «Politici e famiglie, basta slogan»
di Leda CESARI
4 Minuti di Lettura
Martedì 25 Agosto 2020, 11:16
Dopo mesi di innaturale silenzio Piazza Duomo a Lecce è tornata «a ripopolarsi di turisti e di amanti dell'arte e della bellezza» sia pure in tono più dimesso. Ma l'atmosfera non è certo delle migliori, e le prospettive sono incerte. Così l'arcivescovo di Lecce Michele Seccia, nell'inaugurare ieri sera un inedito triduo di festeggiamenti in onore dei tre Patroni della città senza luminarie, senza bancarelle, senza fuochi d'artificio e senza processione solenne, perché l'emergenza Covid-19 così impone chiama tutti a serrare le file. E a dare il buon esempio ai giovani.

L'appello di monsignor Seccia è diretto a tutti: alla città, al clero diocesano, ai rappresentanti delle istituzioni, e soprattutto a chi vive momenti difficili della vita, che non mancano mai. Sant'Oronzo, che vigila dall'alto, ricorda infatti a tutti «che il dono della vita a motivo della fede è la più alta forma di gratitudine verso il Creatore e Padre di tutti noi», e che martirio è affidarsi a Dio, totalmente, anche nei periodi bui della vita, appunto.
Proprio come hanno fatto Oronzo, Giusto e Fortunato, i cui simulacri, quest'anno, non sono stati portati in processione come ogni 24 di agosto a causa della pandemia, ma hanno percorso solo qualche metro in piazza Duomo e nel cortile dell'Arcivescovado prima di fare ritorno in chiesa. Una sola eccezione: la banda musicale che ha allietato i leccesi in tutta la città, fino al momento clou in piazza Duomo.
«Ma siamone certi - incalza Seccia - se apriremo le porte, Oronzo, Giusto e Fortunato entreranno nelle nostre case, visiteranno la nostra vita, le nostre famiglie e, come buoni samaritani, cureranno le nostre ferite». Perché il virus è ancora lì in agguato, pronto a straziare i corpi e i cuori, e «ci ha fatto scoprire chi siamo davvero: donne e uomini fragili, poco preparati ad affrontare le avversità, a rispondere adeguatamente e in tempi brevi alle catastrofi, anche se molto avanzati nella conoscenza scientifica».

E, invece, occorrerebbe senso di responsabilità diffuso: di qui l'appello di Seccia ai giovani. «Ragazzi miei, non vi chiedo di rinunciare al divertimento. Vi invito invece a divertirvi senza rischiare, senza essere un pericolo per voi stessi e per i vostri amici perché le immagini delle bare sui carri militari, le storie dei medici, degli operatori sanitari e dei sacerdoti che ci hanno lasciato nei mesi scorsi perché colpevoli di aver fatto il proprio dovere, appartengono ad una triste parentesi della nostra vita cui manca la parola fine. Perché dobbiamo continuare a scrivere racconti di dolore, di paura, di morte?».
Ma non sono solo i più giovani i destinatari del messaggio arcivescovile: «A noi adulti, laici e consacrati, tocca invece recuperare credibilità e verità. Siamo davvero pronti ad educare i nostri ragazzi ai valori della libertà e della corresponsabilità?». La risposta è scoraggiante: la crisi delle famiglie «che non educano più ai valori», la politica «che diventa ogni giorno di più un vuoto contenitore di slogan», i seminatori di discordia in aumento. È, quindi, anche tempo di mea culpa: «Anche le nostre comunità cristiane hanno perduto l'appeal necessario per attirare i giovani alla vita buona del Vangelo. Di questo come Chiesa di Lecce, preti e laici, dovremmo assumerci tutte le responsabilità del caso e provare ad invertire la rotta». Perché la pandemia potrebbe insegnarci l'essenzialità della vita, «diventare provvidenza se saremo capaci una volta per tutte di cogliere i segni dei tempi per diventare migliori». E convertirsi, come accaduto a Sant'Oronzo molti secoli fa, nei modi suggeriti da Papa Francesco «in quella notte di pioggia incessante in una piazza San Pietro vuota, ma illuminata dallo splendore dell'Eucarestia che egli sollevò per benedire il mondo in piena bufera». Perché siamo tutti sulla stessa barca, «tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme».

Un messaggio per tutti. Soprattutto, per gli ultimi. Con i poveri della comunità, ma non solo loro: unendosi idealmente tutti all'appello del vescovo di Nardò-Gallipoli, monsignor Fernando Filograna, intervenuto nei giorni scorsi «per ricordare a tutti noi che anche ogni povero che approda sulle nostre coste è sulla nostra stessa barca. E nemmeno la paura del contagio, che sembra essere diventata il nuovo alibi di tanti profeti di sventura, potrà mai dispensarci dal vivere il comandamento dell'amore, che è l'arma vincente di chi vuole diventare profeta di speranza».
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