«Non sono di Emanuela Orlandi i resti nel cimitero del Vaticano»: il verdetto delle analisi di Unisalento

Venerdì 28 Maggio 2021
Un manifesto di Emanuela Orlandi

«Non sono di Emanuela Orlandi i resti provenienti dal cimitero teutonico del Vaticano»: è questo il risultato delle analisi scientifiche condotte dagli esperti Centro di Fisica Applicata dell'Università del Salento. Ed è il professor Lucio Calcagnile, fondatore del Cedad, a tirare le somme: «Nessuno dei 60 campioni analizzati è successivo al 1955». Ben prima, quindi, della scomparsa della ragazza romana che risale al 22 giugno 1983.

 

Compatibilità cronologica esclusa, resta il mistero

 

Una cronologia che esclude la compatibilità. «Le analisi sui resti osteologici con il metodo del radiocarbonio avevano lo scopo di determinare la compatibilità dei resti con la ragazza scomparsa a Roma nel 1983 - spiega il professor Gianluca Quarta, docente di Fisica applicata all’Ateneo salentino - e complessivamente, sono stati selezionati e analizzati con il sofisticato acceleratore Tandetron da 3 MV del Cedad una sessantina di campioni. Nei nostri laboratori chimici è stato estratto il collagene osseo, la frazione più adatta per la datazione al radiocarbonio». Le analisi furono commissionate al Cedad di Lecce dalla famiglia della Orlandi.

 

Resti risalenti tra Cinquecento e Seicento

 

Un lavoro lungo che gli esperti hanno fatto per mesi, senza trascurare alcun dettaglio. «Nessuno dei campioni analizzati è risultato successivo al 1955, come ci si sarebbe aspettato per i resti di un individuo nato alla fine degli anni Sessanta - aggiunge il professor Calcagnile - e lo studio sistematico effettuato ha stabilito che i campioni si collocano prevalentemente tra il XVI e il XVII secolo, ma anche in epoca successiva, e comunque certamente precedente al 1955. Nessun campione  è risultato sulla curva del “Bomb Peak” che utilizziamo solitamente al Cedad per risolvere casi di interesse forense per l’identificazione di individui vissuti dopo la seconda guerra mondiale. Il “Bomb peak” è infatti presente in tutti i materiali biologici che, in seguito ai test nucleari effettuati durante il periodo della guerra fredda, hanno immesso nell’atmosfera grandi quantità di neutroni che hanno modificato la concentrazione di radiocarbonio notevolmente, con picco massimo di radiocarbonio attorno al 1963».
 

Ultimo aggiornamento: 29 Maggio, 08:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA