L'incubo dell'uomo nero nella notte dei leccesi

Mercoledì 23 Settembre 2020 di Renato MORO
A Pisa, in quel 18 di maggio, il termometro segnava 21 gradi. C’era un bel sole, ma c’era poco tempo per fare un giro dalle parti del duomo e della torre pendente. All’Arena Garibaldi i toscani allenati da Gennaro Gattuso, ormai condannati alla retrocessione, giocavano contro il Benevento di Marco Baroni, lanciato verso i playoff. Campionato di calcio di serie B annata 2016-2017, partita tutto sommato tranquilla come dimostrarono gli applausi all’ex campione rossonero nonostante il 3-0 subito in casa.

A bordo campo, nel ruolo di quarto uomo, esordiva un giovane arbitro leccese che voleva studiare e fare carriera. Daniele De Santis vide segnare un gol fantastico da Filippo Falco, destinato a indossare la maglia del Lecce, e mentre sgranava gli occhi sulla partita pensava a quando avrebbe messo piede su uno stadio da serie A. L’Olimpo spesso è più vicino di quanto si possa immaginare. Ce l’avrebbe fatta, Daniele. Forse l’anno venturo, visto che quest’anno aveva mancato la promozione per un soffio. Sicuro che ce l’avrebbe fatta, ne erano convinti i suoi dirigenti e gli allievi che curava nel corso di arbitraggio.

Non ce l’ha fatta perché è morto a 33 anni. Ammazzato. Dilaniato dalla lama di un coltello che ha strappato le viscere e la vita anche alla sua compagna Eleonora, 30 anni. Il sangue sui gradini di casa, le foto della Scientifica, il bisturi del medico legale sono l’epilogo di una storia - la loro - che cresceva di giorno in giorno. Quella casa in via Montello, palazzine anni Cinquanta in parte da ristrutturare ma ancora dignitose, era la loro casa. Da sistemare, arredare e riempire. Resterà vuota chissà per quanto.

Lecce non è una città abituata a delitti simili. Sì, ha conosciuto gli anni bui della Scu emergente, le esecuzioni mafiose, le bombe ai negozi, il coprifuoco, le sirene dei blitz e le scorte dei maxiprocessi. Raramente, però, ha pianto per quelle che i cronisti, i magistrati e i poliziotti chiamano “vittime innocenti”. Lu Turcinieddhru era un ristorantino molto apprezzato negli anni Ottanta e Novanta. Era in via Duca degli Abruzzi, ora zona frequentata soprattutto dagli immigrati. Un tizio entrò, una sera, e sparò all’impazzata uccidendo l’editore Giovanni Cingolani. L’unica colpa del poveretto fu quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Marcello Greco, imprenditore della famiglia che a Lecce possiede il teatro Politeama, stava rientrando nella sua casa di Galatina, una sera dei maggio di 31 anni fa, quando sulla statale fu affiancato da un’auto. Un paio di mafiosi aprirono lo sportello della sua vecchia 600 e lo trascinarono fuori. Sequestrato e ucciso. Il cadavere carbonizzato, irriconoscibile, fu trovato un bel po’ di tempo dopo in una cava alle porte di Copertino. La morte del piccolo Daniele Gravili, ucciso 28 anni fa da un pedofilo rimasto sconosciuto, è ancora una ferita aperta.

Via Montello di giorno, col sole di settembre, sembra una strada tranquilla di un quartiere residenziale dove la gente vive bene, dove sul marciapiede incontri l’anziana con la spesa nel carrello, il ragioniere in pensione che porta a spasso il jack russel e il postino che si ferma a chiacchierare. Sembra. Ma non lo è. Siamo tra la stazione ferroviaria e il grande serbatoio dell’Acquedotto pugliese, zona di cattive frequentazioni, zona a rischio. Fino a qualche anno fa regno incontrastato di prostitute, trans e spacciatori. Risse all’ordine del giorno - anzi della notte - e lame di coltelli che luccicavano sotto i lampioni.

Il repulisti venne con le pattuglie rinforzate dei carabinieri e della polizia e i cartelli stradali della Ztl: vietato circolare dalle 21 in poi, accesso consentito solo ai residenti. Calma piatta per un bel po’, poi - come sempre avviene - si sono allargate le maglie dei controlli e nelle strade sono tornati spacciatori e mercanti del sesso. Dalla palazzina accanto a quella teatro del delitto, sere fa qualcuno ha chiamato i carabinieri: «Qui è pieno di spacciatori, stanno anche litigando. Non si può vivere così». Già. È difficile vivere in un quartiere dove, di sera, un assassino si muove in tuta nera e uno zainetto giallo sulle spalle che nasconde un coltellaccio. Non si può vivere se il tizio cammina indisturbato sui marciapiedi, incurante delle telecamere, entra in un cortile privato, poi in una palazzina, sale ai piani superiori e ammazza due persone mentre urlano per il dolore e la disperazione. Può farlo tranquillamente perché la gente ha paura, perché dopo le 8 della sera non c’è un’anima in giro.

Le scale della palazzina dove Eleonora e Daniele hanno trovato la morte sono esterne all’edificio e protette solo da una grande vetrata. In pratica salire è un po’ come passare davanti alle telecamere del Grande Fratello. Un killer professionista non avrebbe mai agito in una situazione così poco sicura, ma se ti trovi in questa zona della città puoi farlo. Nessuno ti vede. E allora eccolo l’assassino. Apre il cancelletto che dal marciapiede introduce nel cortile occupato da erbacce e auto parcheggiate. Con passo sicuro guadagna il portone, sale sulle scale del Grande Fratello, arriva al pianerottolo ed entra in casa perché gli hanno aperto la porta. Quello che succede dopo lo sa solo lui, perché Eleonora e Daniele non possono più parlare, e i segni sono sulla lama del coltello sparito insieme col killer.

Alle dieci del mattino, accanto al cancello della palazzina, soltanto un anturium rosso ricorda il delitto. Non lo hanno scelto a caso. Il fiore ha la forma di un cuore e gli antichi greci pensavano che la punta fosse una freccia di Cupido. «Li vedevo spesso - racconta una signora che abita nella palazzina accanto - mi hanno detto che stavano insieme e che sarebbero venuti a vivere qui. Poverini». Due parole e via. In strada ci sono soltanto i fotografi e i cronisti, nel cortile un paio di carabinieri impegnati negli ultimi rilievi. C’è tanto silenzio e nemmeno un curioso. Si vede che qui la gente ha smesso di curiosare da quando nelle notti di sesso e droga luccicavano le lame dei coltelli.

Vicino alla Casa dello studente, un po’ più in là verso la stazione, c’è vita. E c’è gente davanti al bar: «...un bravo ragazzo, davvero uno bravo», si sente dal tavolino. Ti avvicini, speri di aver trovato qualcuno disposto a parlare delle due vittime e invece capisci che quel «bravo ragazzo» era rivolto a un giovane politico leccese appena eletto alla Regione. Si parla di politica, qui, mica del delitto. Un po’ come quei siciliani che nelle storielle parlano del ciaffico per non parlare della mafia. Non è così, però, quando dalla stazione ferroviaria giungono notizie di risse tra extracomunitari, furti e rapine. In quel caso, allora, partono le telefonate al 113 o ai giornali e si scatenano i commenti di ogni genere. E sotto accusa, come sempre, finisce la pelle nera. Ma questa è un’altra storia.  Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 09:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA