Dal passato in bianco e nero la tradizione de "Lu Paleddhu", arte da tutelare - Il video del 1939

Lunedì 16 Maggio 2022

Difficile che un salentino non abbia mai sentito nominare la parola Paleddhu. Si tratta del'antica lavorazione del giunco tradizionale del comune di Acquarica del Capo, che per centinaia di anni è stata la capitae indiscussa nella produzione di sporte, cestini realizzati, contenitori per contenere le olive, ma anche le “fiscelle” per i formaggi freschi dopo che gli uomini raccoglievano dalle zone paludose le fibre naturali. Il giunco palustre, “palèddhu”, veniva raccolto nelle paludi di Ugento, Acaja ma anche Avetrana e sottoposto ad alcuni trattamenti per facilitarne la lavorazione. 

Il soprannome assegnato agli abitanti di Acquarica del Capo, gli spurtari proviene proprio dalla loro grande abilità artigianale. C’era almeno una donna per casa, giovane o anziana, che intrecciava “lu paleddhu” seduta per terra, su una coperta o un sacco di iuta. Purtroppo oggi questa lavorazione è ridotta all'osso.

La produzione iniziò a fine 800 e iniziò a essere richiesta non solo tra i mercati paesani del Salento ma anche oltre. A partire del ‘900, dopo esser stati messi in mostra all’Esposizione mondiale di Vienna nel 1873 e alla Mostra Nazionale di Torino, questi manufatti artigianali superavano i confini nazionali per raggiungere paesi come l’Inghilterra, la Germania, la Svizzera e l’America. Ecco come la descrive l'Istituto Luce in questo video del 1939.

Ultimo aggiornamento: 20:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA