Lecce, Mosé Ricci: il mio Pug anticipava la transizione ecologica

Lecce, Mosé Ricci: il mio Pug anticipava la transizione ecologica
di Francesca SOZZO
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Giovedì 6 Maggio 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 22:08

Un piano di «transizione ecologica ante litteram, trasparente e ancora attuale». Mosè Ricci consulente scientifico (all’epoca dell’Università di Genova) del Pug dell’amministrazione Perrone a Lecce racconta il suo Piano realizzato insieme all’allora dirigente del settore Urbanistica Gino Maniglio. «Per noi un’esperienza bellissima di formazione e di ricerca scientifica».


Professore Ricci, come definirebbe il suo Pug?
«Noi avevamo fatto un piano di transizione ecologica ante litteram, lo avevamo chiamato EcoLecce: un piano trasparente e in continua evoluzione in grado di essere modificato ogni due anni in base alle esigenze del momento. Ma sopratutto abbiamo provato a cambiare il modo di fare il piano, partendo dalla città che esiste già con i suoi spazi, le sue piazze, portando innovazione e una visione diversa sul modo di utilizzare e di rendere questo habitat più bello e più felice».
E in che modo si è tradotta questa visione? 
«Nel passaggio dal piano di espansione urbano, dalla Lecce a uovo fritto (del Pug Poli Bortone) alla visione di Lecce costellazione intorno ai presìdi della sua identità urbana: le masserie, il centro storico, il boulevard che porta al mare, il Parco delle Marine dove gli insediamenti abusivi e illegali venivano inseriti in un piano di rigenerazione che tendeva a mantenere il carattere selvaggio della costa adriatica leccese, che ci sembra una caratteristica importante anche per la differenziazione dell’offerta turistica rispetto al resto del Salento». 
A proposito di marine, sembrano essere rimaste le cenerentole del territorio, nel vostro Pug le si immaginava come un parco...
«La costa leccese malgrado l’aggressione di edilizia abusiva presenta degli ecosistemi di grande valore e ancora presenti. Giusto valorizzarli e fermare le auto su strade a 600 metri dal mare, creando dei punti di snodo per muoversi a piedi, o con collegamenti leggeri o in monopattino. Ma questo può avvenire se tratti la costa come un sistema continuo e non se ti preoccupi solo delle concessioni balneari che non è un aspetto del piano regolatore».
Un ruolo importante era destinato ai quartieri della città, perché?
«Per trasformarli in distretti ecologici sul modello di tante città straniere che lo stanno già facendo. Adesso il presidente Macron ha detto che Parigi deve diventare la città dei 15 minuti ed è la stessa cosa che noi proponevano per Lecce: quartieri con la scuola e con un cuore verde in cui localizzare le compensazioni ambientali, piste ciclabili, reti pedonali dove i cittadini del quartiere potessero raggiungere a piedi la scuola, gli impianti sportivi, le aree di approvvigionamento idrico, che consumano al proprio interno i rifiuti, che hanno spazi e orti urbani migliorando la qualità della vita dei residenti».
Un piano innovativo?

«Il nostro piano anticipava un sacco di temi che adesso sono diventati urgenti. Lo spazio pubblico, la pandemia, la pedonalizzazione delle strade che portavano dal quartiere Mazzini al centro, la riorganizzazione del traffico. Documenti che non sono necessariamente vincolanti ma che sono una specie di manuale per cambiare e attuare le norme e orientare lo sviluppo economico del settore edilizio sulla rigenerazione, sulla ristrutturazione, anche permettendo, dove lo consentono i vincoli della di sovrintendenza, la crescita della città».
In quali zone può ancora crescere la città?
«Non parlo di consumo del suolo. Ma di usare la città esistente come materiale di costruzione della città nuova».
Puntando sulla rigenerazione...
«Sì operando sulla bellezza e sulla marca leccese. Modificare una casa e renderla più simile alle abitazioni salentine con elementi molto semplici che a Lecce valgono perché siamo davanti ad una perla della storia della città italiana. “Premiando” chi sceglieva questa maniera di costruire, adattandolo al protocollo Itaca, con un premio di cubatura anche per la cura estetica». 
Lei ha detto che il vostro Pug poteva essere rivisto in base alle nuove esigenze urbanistiche: può spiegare cosa intende?
«Noi avevamo vincolato la costruzione di nuovi volumi delle aree iper-urbane alla crescita reale. Ogni due anni si doveva rifare la conta dei nuovi abitanti e verificare le esigenze: se non c’erano incrementi reali non aumentava il Piano. Tutta la cubatura in aumento che il Piano da, per una formula matematica e calcola incremento volumetrico in base alla previsione insediativa, per noi era da sottoporre a verifica biennale. Bloccando di fatto il consumo del suolo».
Trasparenza e partecipazione: il Pug è stato protagonista degli incontri “Sine Putimu”...
«Sì, una maniera di aprire alla partecipazione e alla condivisione. Ai cittadini abbiamo presentato lo strumento urbanistico negli incontri pubblici e ogni due anni avrebbero potuto chiedere di modificare il piano secondo nuove esigenze che si fossero palesate».
Perché sostiene il vostro Pug sia ancora attuale e attuabile?
«Perché contiene un sacco di innovazioni che non sono tramontate ma sono ancora all’avanguardia e non lo dico per lodare la nostra opera, ma perché questa ricerca dell’innovazione che ora la crisi ecologica, pandemica ci obbliga a perseguire l’avevamo già iniziata e ne siamo orgogliosi. Io ho presentato, proprio la scorsa settimana, alla New York Institute of Technology il Pug di Lecce; sul libro dell’urbanista spagnolo Manuel Gausa, che è appena uscito c’è pubblicato lo schema di Lecce-costellazione. I ragazzi che hanno lavorato al Pug oggi sono tutti professori in Italia e all’estero. E questo lo dobbiamo a Lecce».
Il sindaco Salvemini ha detto che non tutto è andato perduto del vostro studio...
«Uno dei principi di EcoLecce è che adattabile, non ha senso decidere rigidamente sul destino della città sapendo che questi piani restano in vigore vent’anni. Sono disposto a riaprire un dibattito. Forse ci si può sedere ad un tavolo per spiegare il Piano che è un patrimonio della città che non vale la pena abbandonare».
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