Furbetti del cartellino: «Oltre 400 ore “a spasso”, sette dipendenti a giudizio». “Salvi” altri dieci

Sabato 23 Novembre 2019 di Alessandro CELLINI

Stralciata la posizione di dieci indagati, a rischiare il processo ora sono rimasti in sette: cinque dipendenti del Comune di Lecce e due della Lupiae Servizi, la società partecipata di Palazzo Carafa. L’accusa per tutti è la stessa: aver timbrato il cartellino ed essersi poi assentati dal luogo di lavoro per i motivi più disparati. Volendo essere più precisi, si tratta di truffa aggravata e false attestazioni o certificazio. 

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È sulla base di questi reati che il sostituto procuratore Maria Vallefuoco ha chiesto il rinvio a giudizio per i seguenti dipendenti:
Giovanna D’Arpe, 64 anni, funzionaria del Comune;
Ivan Vernich, 62 anni, coordinatore del servizio Igiene Sanità e Randagismo del settore Ambiente;
Fulvio Secondo, 64 anni, di Lizzanello, segretario presso il settore Ambiente;
Cristiano Mezzi, 47 anni, di Lizzanello, addetto all’archivio del settore Igiene e Sanità;
Fortunato Buttazzo, 68 anni, istruttore amministrativo contabile presso il servizio Demografico;
Valentina Vernich, 39 anni, dipendente della Lupiae;
Elisabetta Sanzò, 45 anni, di Lizzanello, anch’essa dipendente della Lupiae (sia Valentina Vernich che Sanzò erano state distaccate presso il settore Servizi demografici e il settore Ambiente del Comune di Lecce).

Per altri dieci indagati, invece, si profila all’orizzonte una richiesta di archiviazione: la loro posizione è stata stralciata, probabilmente perché le condotte contestate (vale a dire il tempo trascorso fuori dall’ufficio e quindi il relativo guadagno) risultano di lieve entità. Di certo non sono di lieve entità le cifre che vengono contestate ai sette indagati per i quali c’è stata la richiesta di rinvio a giudizio. Secondo l’accusa avrebbero omesso «di rilevare la propria assenza dal luogo di lavoro ovvero giustificato la stessa attestando, contrariamente al vero, la sussistenza di motivi di servizio, a tal fine non registrando le relative uscite sull’orologio marcatempo, ovvero attestando falsamente mediante la digitazione di apposito codice, la loro inerenza all’attività lavorativa prestata», garantendosi così «la percezione da parte della Pubblica amministrazione di appartenenza degli emolumenti retributivi per prestazioni lavorative non effettuate».

In particolare, a Ivan Vernich viene attribuito un ingiusto profitto pari a 4.702 euro, corrispondenti a 142 ore non lavorate tra il 26 aprile e il 9 giugno. Novantanove le ore “mancanti” per Giovanna D’Arpe, che equivalgono a 2.446 euro indebitamente percepiti. Ammonta a poco meno il conto per Fulvio Secondo: 122 ore e 2.297 euro. Somme più basse vengono contestate a Sanzò (830 euro), Buttazzo (607 euro), Mezzi (487 euro) e Valentina Vernich (384 euro). Secondo è accusato anche di peculato, per aver utilizzato per fini privati l’auto di servizio.
L’avviso notificato agli indagati contiene anche la data dell’udienza preliminare nella quale le parti avranno un primo confronto: il 28 aprile prossimo, davanti al giudice Cinzia Vergine.

Ultimo aggiornamento: 18:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA