«Morte come conseguenza dell'abbandono di incapace»: nuovo filone su La Fontanella

Giovedì 21 Maggio 2020 di Erasmo MARINAZZO
Morte come conseguenza dell'abbandono di persona incapace. Una nuova ipotesi di reato viene contestata dalla Procura di Lecce nell'inchiesta che vuole stabilire se e quali responsabilità possano individuarsi per i 20 decessi, gli oltre 100 contagi e per l'abbandono degli ospiti nella residenza sanitaria assistenziale La Fontanella di Soleto dall'inizio dell'emergenza sanitaria causata dalla diffusione del contagio da coronavirus.
La nuova contestazione si è aggiunta al fascicolo dell'indagine del pubblico ministero Alberto Santacatterina e dei carabinieri del Ros, per cercare riscontri alla denuncia presentata dall'avvocato Donato Amato per conto dei familiari di una donna di 85 anni, di Castrignano dei Greci, morta il 29 marzo nell'ospedale Vito Fazzi di Lecce: morta perché - sostengono questo i parenti - è stata lasciata sola a se stessa nella rsa, senza terapia, assistenza ed igiene, dal 21 al 27 marzo. Morta di stenti: al Pronto soccorso del Fazzi dove arrivò poco dopo la mezzanotte del 28 marzo, venne dichiarata in stato comatoso e disidratata. Disidratata e denutrita, nonché con difficoltà respiratorie, il quadro clinico individuato il giorno prima dai medici dell'Asl in servizio alla Fontanella. Morta perché - ed è questa un'altra delle circostanze che dovrà accertare l'inchiesta - dimessa inspiegabilmente dal Fazzi. Dimessa per poi rientrare il giorno dopo. E morire.

Dunque, l'autorità giudiziaria è stata interpellata ancora una volta per chiarire cosa sia accaduto nei giorni del passaggio fra la gestione privata a quella commissariale della Asl, voluta dal sindaco di Soleto, Graziano Vantaggiato, con l'ordinanza del primo pomeriggio del 25 marzo. In quei giorni in cui sarebbero saltate tutte le regole di assistenza a persone avanti con gli anni ed affette da patologie, per la quarantena imposta al personale dal primo contagio di una donna di 95 anni poi deceduta.
Non una valutazione condizionata dall'emotività - hanno fatto presente i parenti - quanto piuttosto dimostrata dalla documentazione sanitaria ricevuta dalla rsa dopo il decesso: attesterebbe lo stato di abbandono. Attesterebbe che quell'anziana affetta da demenza senile non avrebbe ricevuto le cure e l'assistenza stabiliti nel momento dell'accettazione. Per sei giorni privata delle più elementari forme di attenzione, insomma, dovranno chiarire gli inquirenti.
Se tuttavia il fascicolo dell'inchiesta penale è a carico della responsabile Federica Cantore, del legale rappresentante don Vittorio Matteo e del medico coordinatore sanitario Catello Mangione (diffusione colposa di epidemia, abbandono di persone incapaci e ora anche morte come conseguenza di altro reato, le ipotesi di reato), i familiari di quell'anziana hanno chiesto anche di capire perché al Fazzi decisero di dimetterla nel giro di poche ore. Nonostante la diagnosi iniziali che aveva tracciato un quadro preoccupante dello stato di salute. E nonostante i valori degli esami delle urine e del sangue fossero risultati non conformi agli standard.

Rientrata la sera del 28 marzo a La Fontanella dietro una liberatoria fatta firmare dai medici della Asl per sollevarli da qualsiasi responsabilità dell'eventuale contagio, a metà mattina accusò una crisi e fu trasferita nuovamente al Fazzi. Il decesso poco dopo mezzogiorno.
Un precipitarsi di eventi a partire dal 21 marzo. Prima di quella data, prima della pandemia, fanno presente i parenti, funzionava tutto bene in quella rsa. Una morte che si poteva evitare? E' vero che quell'anziana è restata sei giorni senza assistenza? E perché arrivò la prima volta in ospedale disidratata? Le risposte dovrà fornirle ora l'inchiesta penale. © RIPRODUZIONE RISERVATA