Veleni tombati a Burgesi, analisi choc del Cnr di Bari: "Valori cinque volte oltre il limite massimo"

La discarica di Burgesi
La discarica di Burgesi
di Paola ANCORA
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Sabato 24 Dicembre 2016, 10:07 - Ultimo aggiornamento: 25 Dicembre, 09:49

Quantità di veleni «largamente superiori» ai livelli massimi consentiti. Non solo. Nei pozzi “spia” al servizio della discarica dismessa in località Burgesi, a Ugento, è stata accertata anche la presenza di vari composti, appartenenti sempre alla classe dei policlorobifenili (Pcb), ma derivati dalla degradazione dei primi veleni smaltiti illegalmente in quella discarica. E la concentrazione di tali composti, anch’essi fortemente tossici e certamente cancerogeni, è cinque volte superiore a quella dei Pcb iniziali.
Le dichiarazioni fatte ai pm Elsa Valeria Mignone e Angela Rotondano dall’imprenditore Gianluigi Rosafio - genero del boss ergastolano della Scu Pippi Calamita e già condannato in via definitiva nei primi anni Duemila per traffico illecito di rifiuti - trovano conferma nelle 40 pagine scritte dall’Istituto di Ricerca sulle Acque (Cnr Irsa) di Bari e consegnate alla Procura lo scorso settembre.
 
Quaranta pagine nelle quali si certifica, senza ombra di dubbio, che fra il 1999 e il 2000 a Burgesi sono state tombate enormi quantità di veleni. In parte già rinvenute grazie alle inchieste aperte in quegli anni e che hanno portato a diverse condanne, compresa quella di Rosafio. In parte, rimaste a marcire nel cuore della terra salentina, a trenta metri sotto la superficie e a poco più di un chilometro dai centri abitati di Acquarica e Presicce.
Oggi, l’inchiesta partita proprio dagli interrogatori fatti a Rosafio nell’ambito di un altro procedimento, quello sulla gestione degli appalti nell’ex Ato Lecce 2, ha consegnato all’opinione pubblica salentina due nuove certezze. La prima è che i reati commessi in quegli anni, quando alcune imprese strinsero un “patto del silenzio” per lo smaltimento illecito di rifiuti pericolosi in una comune discarica, sono andati tutti prescritti. Per questo i pm Mignone e Rotondano hanno chiesto l’archiviazione del procedimento. La seconda certezza è «l’elevato rischio ambientale» al quale, oggi, si deve porre rimedio mettendo in sicurezza e poi bonificando la discarica. Lo hanno chiesto proprio i magistrati al ministero, alla Regione e al Comune di Ugento nei giorni scorsi.

Un rischio del quale danno conto i ricercatori Cnr-Irsa e Giuseppe Mascolo, responsabile scientifico del monitoraggio richiesto dai carabinieri del Noe per conto della Procura lo scorso febbraio. Nella relazione tecnica finale, infatti, Mascolo precisa che nei diversi campioni di percolato estratti dai pozzi “spia” della discarica sono stati individuati 18 tipi diversi di Pcb, tutti diossina-simili. Sostanze, cioè, la cui struttura e i cui effetti sono assimilabili a quelli della diossina. La concentrazione di queste sostanze nel percolato «varia dai 3,3 ai 902 nanogrammi per litro». È, cioè, «largamente superiore ai valori soglia» inclusi sia nell’Annex 3 sulle acque di suolo e sottosuolo stilato dalla Commissione Europea, nel quale il valore massimo consentito è di 15 nanogrammi per litro, sia ai limiti imposti dal Codice dell’Ambiente italiano e pari a 10 nanogrammi per litro. Si tratta - va detto - di un esempio a puro scopo esplicativo, perché il percolato in alcun modo può essere assimilabile all’acqua sotterranea, ma i risultati analitici – scrivono i ricercatori del Cnr Irsa - «dimostrano inequivocabilmente che nella discarica sono stati a suo tempo stoccati fusti contenenti Pcb». E che, giacché verosimilmente quei fusti si trovano nella discarica da 15 anni, i Pcb hanno anche subito vari fenomeni di degradazione biologica generando altri composti, ugualmente nocivi, rintracciati con le analisi e la cui concentrazione supera di almeno cinque volte quella delle sostanze contenute nei 600 fusti tombati.
Di più. Dalla concentrazione di policlorobifenili rintracciata nelle diverse aree della discarica è stato possibile individuare il punto esatto dove Rosafio, a cavallo del 2000, ha interrato - a suo dire per conto di imprese del territorio e piemontesi, con sede anche nel Salento - i 600 fusti di Pcb. Gli uomini di Rosafio, infatti, avrebbero fatto almeno 30 viaggi su camion, trasportando Pcb e tombando tutto, con una pala meccanica, nel lotto numero 3 di Burgesi.
Da allora, quella bomba ecologica è rimasta sotto terra. A lungo si è parlato, sospettato, ipotizzato che non tutti i veleni di Burgesi fossero stati smaltiti. Fino alla discarica ugentina portava, peraltro, una delle piste battute dagli inquirenti per individuare colpevole e movente dell’omicidio di Peppino Basile, ancora irrisolto. Oggi, dopo il lavoro di indagine del nucleo investigativo dei Carabinieri di Lecce, del Noe e dei pm Mignone e Rotondano, sappiamo che di Pcb Burgesi è piena. E che, fortunatamente, quei veleni non sono ancora arrivati nelle acque di falda, come certificano le analisi. «Il telo plastico protettivo di contenimento della discarica - scrivono dal Cnr Irsa - evidentemente riesce a confinare efficacemente la contaminazione da Pcb». E la speranza è che quel telo resista e protegga la terra fino a quando le autorità preposte non metteranno in sicurezza la discarica di Burgesi e la salute di tutti.

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