Lecce, il boss della Scu torna libero e trova lavoro

Il Tribunale di Lecce
Il Tribunale di Lecce
3 Minuti di Lettura
Giovedì 18 Novembre 2021, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 10:58

Ha chiuso i conti con la giustizia che per due volte lo ha condannato con l’accusa di associazione mafiosa. È tornato libero Pasquale Briganti, 51 anni, di Lecce dove è conosciuto con il nome di Maurizio. L’uomo indicato nell’ultima operazione della Procura antimafia e della Squadra Mobile, la Final Blow (l’ultimo colpo) come a capo di uno dei due clan leccesi della Sacra corona unita. L’uomo citato nella lettera sequestrata in questa inchiesta e diretta al boss di Torchiarolo, Giuseppe Perrone, fra quelli che avrebbero dovuto scrivere il nuovo statuto della Scu insieme ad altri boss: il leccese ergastolano Cristian Pepe ed il brindisino di Tuturano, Raffaele Martena. «Noi dobbiamo essere noi. Tutta una cosa», l’obiettivo di cui si trovò traccia anche in un’altra lettera in cui si estendeva il patto anche agli ex componenti del clan di Surbo.

Condanne per oltre 50 anni

Briganti è rientrato a Lecce da qualche giorno e ha trovato lavoro in una pizzeria dopo avere scontato poco meno di 24 anni di carcere rispetto agli oltre 50 anni inferti nei diversi processi nati dalle inchieste della Direzione distrettuale antimafia. Tra condanne in continuazione, cumuli di pene e buona condotta, ha ottenuto la liberazione anticipata, pur essendo gravato da una misura di sicurezza della libertà vigilata a partire dal 20 ottobre. Questo provvedimento è stato emesso dal magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Pescara, competente territorialmente poiché Briganti da circa un anno aveva lasciato il carcere per essere trasferito a Vasto in una casa lavoro.

Misura di prevenzione: inamissibile

Tempo appena qualche giorno, che della libertà ottenuta da Briganti si è occupata l’autorità giudiziaria salentina poiché la caratura criminale indicata nei processi passati in giudicato ha indotto il questore di Lecce, Andrea Valentino, a chiedere una misura di prevenzione personale. L’ha sostenuta il procuratore aggiunto della Dda, Guglielmo Cataldi, davanti al collegio del Tribunale che si occupa di queste misure (presidente Roberto Tanisi). La richiesta è stata ritenuta inammissibile, accolta la tesi degli avvocati difensori Antonio Savoia e Ladislao Massari: la misura di prevenzione personale sarebbe andata a sovrapporsi con quella di sicurezza della libertà vigilata. E prevedono le stesse limitazioni come, ad esempio, l’obbligo di presentarsi in questura per la firma, il divieto di frequentare persone gravate da carichi penali e l’obbligo di condurre una vita specchiata. Il provvedimento ha fatto presente che la richiesta potrà essere presa in considerazione una volta cessato l’effetto della misura di sicurezza.

Latitanza al mare

Briganti è al corrente di tutto e consapevole dell’opportunità di potere dare un taglio netto con il passato e delle attenzioni degli inquirenti nei suoi confronti. Sull’altro fronte, un fronte noto, il peso del ruolo di boss che si porta dietro da quasi 20 anni. 
Riassaporò la libertà dopo il primo arresto della seconda metà degli anni 90 e la scarcerazione del 2010, Briganti. A febbraio 2012 fu colpito dal blitz Cinemastore ma si rese latitante fino a luglio quando fu rintracciato in una casa di Marina di Mancaversa (Taviano). Ora la libertà è nelle sue mani.

© RIPRODUZIONE RISERVATA