Quando intorno al Baretto girava la notte del Salento: l'ultimo saluto al “Papela”

Venerdì 25 Settembre 2020 di Leda CESARI

Perché Alex era Alex. Irriverente, stralunato, certamente visionario. E indigeno doc, origine che gli piaceva ribadire più e più volte durante i discorsi e i suoi proclami su Facebook per promuovere le bellezze locali, caricando all'inverosimile la pronuncia di quelle consonanti nostrane che non brillano per leggerezza fonetica: Jeu suntu salentinu. «Gli piaceva così», raccontano oggi gli amici di una vita. Quelli che da mercoledì sera, a Lecce e in tutta la provincia, si sentono sopravvissuti all'incontro ravvicinato con un tir, e che fino all'ultimo hanno sperato che quell'assurda notizia di quell'assurda fine fosse l'ennesimo stratagemma di Papela anzi, Papelino, come lo chiamavano gli amici più stretti - per stupire un po', per giocare, per inventare storie nuove come solo lui sapeva fare. Oggi invece si sono ritrovati tutti, a San Cesario, per i funerali del Papela, morto a causa di un incidente domestico, uno scherzo del destino.
 

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Si era inventato d'altronde il nome della proto-discoteca della proto-movida del Salento «vagnuni, è deciso: il locale si chiamerà Guendalina, come la ragazza che ho sognato stanotte» quando a fine anni Ottanta aveva creato un modo inedito, ma apprezzatissimo dalla crème leccese per passare le notti tra il venerdì e il sabato estivo, complici il fratello Raffaele e un gruppo di amici bolognesi come lui, ovvero iscritti alla Alma Mater Studiorum. Dove Alex si era laureato in Economia e commercio, ma - essendo bello come il sole, e sempre infatti adorato dalle donne senza smettere di fare il fotomodello: Dolce & Gabbana e Versace, mica roba da ridere. Dopo un poco, però, il richiamo della foresta si era fatto sentire, e Papelino aveva ripreso le sue frequentazioni con le spiagge (era sempre abbronzato) e la nascente movida salentina: dei primi Novanta, infatti, un altro successo dance, ovvero gli Archi di notte di Santa Cesarea, sempre condividendo il tutto con Raffaele-Papela e i soliti amici. E riuscendo a coinvolgere virtuosamente tutti i capibranco del Salento, quelli che muovono la gente giusta, e le prime ragazze-immagine provenienti da Milano.

Poi l'ennesima intuizione: quel minuscolo luogo chiamato L'avamposto - ma conosciuto come il Baretto - a Porto Miggiano, lui, Raffaele e un altro socio: albe a volontà e una rivalità di tipo meramente astronomico con il Fico d'India di Porto Selvaggio, situato sul versante jonico, dove all'epoca era obbligatorio sostare per un bel tramonto condito da un mojito: stesse auto in coda per chilometri per poterci mettere piede. E recensioni perfino da The Guardian e Lonely Planet. La storia del Baretto ennesima case history di successo firmata dai fratelli Papela era finita come sappiamo: ingloriosamente. Dopo una decina d'anni di onorata carriera, infatti, il Comune di Santa Cesarea aveva deciso di vendere quel pezzo di scogliera, ingaggiando una feroce guerra a colpi di Tar e Consiglio di Stato conclusasi con l'addio al Baretto e a quelle albe mozzafiato.

Ma Alex non aveva perso la sua allegria. Sempre circondato da donne, sempre adorato dagli amici, si occupava del suo b&b, andava a pesca, faceva pubblicità alle bellezze del Salento. E oggi, a dare maggior voce a quel rimpianto, il suo addio alla vita, troppo presto per passare inosservato e troppo assurdo per essere accettato. Anche se lui avrà commentato, rigorosamente in salentino: Vagnuni, no problem. Sta' bau a n'autra parte.

Ultimo aggiornamento: 26 Settembre, 11:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA