Gli affari della mafia in Puglia: nel mirino turismo, appalti e Pnrr. Ecco come

La fotografia della criminalità pugliese nel report Dia sul secondo semestre 2021

Gli affari della mafia in Puglia: nel mirino turismo, appalti e Pnrr. Ecco come
di Roberta GRASSI
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Domenica 2 Ottobre 2022, 09:46 - Ultimo aggiornamento: 10:02

Strada e carcere. Consolidamento interno di rapporti e legami, affermazione esterna della potenza mafiosa. È la fotografia della mafia pugliese, secondo la Dia, la mafia degli affari, stando alla definizione data. Una mafia che punta al denaro, agli appalti, ai fondi del Pnrr e agli stanziamenti che vengono fatti per sostenere privati e imprese.
La ricostruzione puntuale, articolata, è contenuta nella relazione semestrale presentata al parlamento e relativa al secondo semestre 2021.
Si parla di un contesto mafioso, quello pugliese, parecchio variegato come forse non accade in nessun'altra regione italiana. Quattro consorterie. La più feroce, quella garganica e della vicina Bat (quest'ultima in ascesa). Poi c'è la camorra barese, le cui caratteristiche sono peculiari, differenti da tutto il resto: droga e controllo dei quartieri della città, principalmente.
Infine la Sacra corona unita.

Il tratto comune, secondo gli investigatori della Direzione investigativa antimafia, e anche quello preoccupante è la «continua evoluzione» che si traduce in una «penetrante e pervasiva capacità di controllo militare del territorio. Infine, tratto determinante, la «spiccata vocazione relazionale finalizzata all'attuazione di un più evoluto modello di mafia degli affari». In sostanza, come ha specificato il procuratore generale presso la Corte d'Appello di Bari, Anna Maria Tosto, una criminalità in grado di arrecare «grave pregiudizio alla vita comune, con ripercussione su ogni componente, quella sociale e politica».


Discorso identico nel Salento, dove il procuratore generale di Lecce, Antonio Maruccia, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario ha sottolineato proprio, «la commistione tra pubblici amministratori di enti locali e ambienti criminali», come hanno dimostrato gli scioglimenti dei Comuni di Carovigno, Ostuni e Squinzano. E un interesse mai sopito per i settori del commercio e del turismo, che ben si prestano a fenomeni di riciclaggio, stando a quanto emerge dalle inchieste svolte.
Si punta il faro anche sulle scarcerazioni per fine pena. Questione aritmetica, considerata l'ondata di condanne degli anni Novanta. L'analisi è realizzata sulla base delle evidenze investigative, giudiziarie e di prevenzione e conferma, a parere degli investigatori che il modello ispiratore delle diverse organizzazioni criminali di tipo mafioso appare sempre meno legato a eclatanti manifestazioni di violenza ed è, invece, rivolto verso l'infiltrazione economico-finanziaria. Da qui la strategia di contrasto, sempre più improntata negli ultimi anni all'aggressione dei patrimoni, oltre che all'esecuzione delle tradizionali misure cautelari in carcere.


Dalle celle si continua a comandare, a ricevere informazioni e impartire ordini. L'arresto, la condanna non sanciscono una cesura con il mondo esterno: «Appare sempre più chiara - è la ricostruzione dell'ex procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi - la consapevolezza di considerare il territorio come una realtà caratterizzata dalla compresenza di due spazi tra loro strategicamente interdipendenti, in quanto l'uno funzionale all'altro e viceversa: la strada e il carcere. La strada è il luogo naturale di affermazione esterna della potenza mafiosa e della sua generalizzata capacità di assoggettamento violento». Il carcere, invece è, «lo spazio del consolidamento interno degli assetti strutturali e organizzativi del gruppo criminale, in cui si sacramentalizza il vincolo mafioso, anche mediante la celebrazione dei riti di affiliazione».

Brindisi

Gli affari illeciti con la droga resi proficui da alleanze e accordi stretti con realtà criminali nazionali ed internazionali. Accanto, interessi sempre nuovi e mire ben più alte e diversificate, che vanno ben oltre il solo traffico di sostanze stupefacenti. 
È il ritratto della criminalità organizzata radicata tra Brindisi e provincia, che emerge dall’ultimo report della Dia (Direzione investigativa antimafia), relativo al secondo semestre del 2021. Una mafia che ben presto potrebbe tornare a far ancora più paura per via del ritorno di “vecchie glorie” della Scu, prossime alla scarcerazione.


«Brindisi è la culla della Sacra corona unita e i maggiori capo clan dell’epoca, dal carcere, hanno continuato a gestire il territorio ed a breve, essendo in scadenza la custodia detentiva, si paventa il pericolo di un incremento delle loro attività criminose» ha dichiarato Carolina Bellantoni, prefetto della provincia di Brindisi, nel corso della Commissione regionale di studio e inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata in Puglia del 25 ottobre 2021. 
Un timore concreto, visto il registrarsi di una recrudescenza di fenomeni criminali caratterizzati da una ferocia ed una efferatezza particolarmente preoccupanti. Episodi, questi, che coinvolgono soprattutto le “nuove leve” della criminalità brindisina, interessate ad emergere, a farsi notare, per compiere la scalata verso le alte sfere della piramide del potere. 


Ai piani alti, invece, i gruppi organizzati agiscono in maniera silente, per non attirare troppo l’attenzione, riuscendo così ad insinuarsi, indisturbati, nel tessuto sociale mirando ad affari ben più succosi. 
Una certezza è il sempre fiorente core business del traffico di sostanze stupefacenti, che continua a garantire sicuri e stabili guadagni. Si registrano segnali di ripresa ed un sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni criminali albanesi negli affari di droga dei gruppi organizzati di Brindisi e dintorni, come emerso nel corso dell’attività condotta nel gennaio 2022 dalla Guardia di finanza, che ha evidenziato la presenza nel capoluogo messapico di un’organizzazione criminale transnazionale dotata di disponibilità finanziarie e logistiche, nonché dedita al trasporto ed alla commercializzazione sul territorio italiano di ingenti quantitativi di droghe. 
In particolare il gruppo mesagnese era il terminale italiano di un’organizzazione balcanica in grado di importare nella provincia brindisina significative partite di eroina e cocaina dalla Turchia e dall’Olanda, poi smistate sulle diverse piazze di spaccio pugliesi ed in provincia di Reggio Calabria. 


Ma non solo. Di particolare interesse sono stati i riscontri dell’indagine “Nautilus” dell’11 gennaio 2022 che ha fatto luce su un gruppo criminale accusato di aver costituito una vera e propria holding dedita al gaming online illecito sul territorio nazionale ed estero, avvalendosi anche dei legami con i vertici dei Casalesi. 
A questi affari illeciti di “nuova generazione”, si affiancano anche gli interessi verso la pubblica amministrazione e l’imprenditoria, che confermano l’esistenza di un livello più evoluto di mafia, attratta dalla possibilità di manipolare la cosa pubblica e la società direttamente dai piani alti. Sono un prodotto di queste nuove ambizioni criminali, i provvedimenti interdittivi emessi nei confronti di ditte con sedi tra Carovigno e Ostuni, ma anche le attività ispettive effettuate nei confronti di amministrazioni comunali toccate dalle mire della criminalità organizzata in ambito turistico, una delle quali ha condotto allo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Ostuni.

Taranto

Una città divisa in quartieri e clan egemoni. Con il business della droga che resta in cima agli interessi dei sodalizi criminali tarantini. Cosche più frammentate, rispetto al passato, ma che non si scostano dal solco tracciato dai gruppi storici, a cominciare da quello dei Modeo. E continuano a fornire «attraverso le attività illecite, una delle poche possibilità di apparente ascesa economica e sociale ad una popolazione alla continua ricerca di un lavoro sano e dignitoso» - come spiegato dal procuratore aggiunto della Dda di Lecce Guglielmo Cataldi. 
Resta costante l’allarme malavitoso a Taranto e provincia a giudicare le indicazioni che emergono dalla lettura del capitolo della relazione semestrale della Dia dedicato al territorio jonico, relativamente al secondo semestre dello scorso anno. In città la ripartizione tra rioni e zone di influenza dei clan resta un punto di riferimento nella lettura del fenomeno criminalità organizzata. 


Nei quartieri, infatti, si è cristallizzata l’egemonia di uno o più gruppi. Organizzazioni che convivono, ma non di rado si tollerano a fatica. Anche quest’ottica, infatti, vanno letti gli episodi che hanno scosso la città rilanciando l’allarme delle troppe armi da fuoco che continuano a circolare nel capoluogo. La spia di una mala silente ma sempre pronta a far difendere i propri interessi con la forza e con la pistola in pugno. 
«Ogni quartiere della città dei due mari - si legge nella relazione al Ministro dell’Interno e al Parlamento - è controllato da una o più consorterie, alcune delle quali con spiccata indole criminale, che delinquono nelle zone di rispettiva appartenenza egemonicamente e in autonomia». Un allarme alimentato dal ritorno in libertà di calibri pesanti della mala storica, che hanno lasciato il carcere dopo lunghi periodi di detenzione. Il passare del tempo, però, non ne ha minato il “carisma” criminale e questo non fa altro che aumentare la soglia di attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura. 


«Le dinamiche interne - si legge nel rapporto - dimostrano come i clan tendano continuamente a rimodularsi specie in funzione del ritorno in libertà di alcuni esponenti di primo piano del panorama criminale che anche se sottoposti a misure alternative alla detenzione carceraria riescono a confermare il proprio potere criminale».
In questo senso nella relazione si fa riferimento genericamente all’attività del clan Modeo, il quale ha dato «incisivi segnali - si sottolinea - di attuale operatività nel settore degli stupefacenti». Un filone redditizio per la mala organizzata tarantina nel quale gli attuali referenti dello storico sodalizio si sarebbero inseriti sfruttando un tradizionale collegamento con i narcotrafficanti della Calabria. 


La lettura delle dinamiche criminali della città, va poi divisa da quello che avviene nei due versanti della provincia. 
«Nel contesto territoriale provinciale - si spiega nella relazione della Dia - si riscontra la cristallizzata presenza di alcuni elementi criminali che dimostrano in modo particolare aspirazioni imprenditoriali finalizzate all’infiltrazione nel tessuto economico e sociale».
Nel versante orientale, viene segnalato come «tutti i comuni subiscano l’influenza delle compagini di Lecce e Brindisi manifestando anche affinità nell’evoluzione dell’operatività criminale. La commistione mafioso-imprenditoriale-politica inizia ad affacciarsi anche in questi territori come evidenziato dell’operazione di polizia “Taros” del marzo 2021».

Bari

Capriati contro Strisciuglio. C’è aria di guerra a Bari. I clan sono l’uno contro l’altro armati. Due pezzi da novanta sono appena usciti dal carcere: Raffaele Capriati, detto «Lello», e Sigismondo Strisciuglio, alias Gino la «Luna», considerato il reggente del gruppo mafioso «che - nella relazione semestrale della Direzione investigativa Antimafia - rappresenta uno dei sodalizi più attivi e temibili del panorama barese» tra i quartieri San Pio, Catino e San Paolo. La storica faida potrebbe dunque riprendere. Anche tra la gente, pur di far salire alle stelle il clima di tensione. Ne è convinta la Direzione Investigativa Antimafia secondo cui «le frizioni fra i due sodalizi» baresi dei clan Capriati e Strisciuglio, che da anni si contendono l’egemonia anche nel centro storico, «potrebbero ulteriormente inasprirsi a causa dei mutamenti negli assetti criminali».

Non si escluderebbe, infatti, «l’ipotesi che il gruppo Misceo, un tempo legato al clan Strisciuglio, possa essere transitato nella confederazione mafiosa opposta costituita dai Capriati e i Diomede-Ex Mercante a seguito della scissione con i Telegrafo». «Alla stessa stregua sembrerebbe che il gruppo Larizzi, intraneo ai Capriati, sia fuoriuscito dal sodalizio di origine per transitare probabilmente in quella degli Strisciuglio», è spiegato. Ma nel contesto di instabilità criminale delineato e nell’ottica «dei profili evolutivi», la Dia evidenzia «un dato rilevante che potrebbe incidere sui futuri scenari del panorama mafioso barese. La prossima scarcerazione di un elemento di rilievo del clan Capriati prevista nell’ottobre 2022 (Raffaele Capriati, in realtà avvenuta ad agosto scorso), infatti, potrebbe riacuire la conflittualità interna alla consorteria culminata nell’omicidio di un boss (2018, Domenico Capriati, nipote del capoclan Tonino) per il quale nel 2021 furono arrestati tre del gruppo Larizzi legati al clan della vittima (Maurizio Larizzi, Domenico Monti e Christian De Tullio, la cui posizione è stata poi stralciata, e lui scarcerato, perché le indagini hanno accertato che la sera del delitto aveva un alibi) e desiderosi di conquistare un posto di rilievo nel sodalizio».

Non si esclude, dunque, «la probabile insorgenza di una escalation di violenza nell’intento di vendicare la morte di uno degli esponenti di maggior rilievo del clan di Bari Vecchia». I due clan sono di nuovo ai ferri corti. Nel corso del secondo semestre dello scorso anno, inoltre, «è emerso come l’articolazione strisciugliana del rione San Paolo agisse anche nel territorio di Modugno per il tramite di un elemento estremamente duttile e polivalente all’interno del clan di appartenenza e considerato negli ambienti mafiosi come un vero e proprio “play marker del crimine”», mentre sempre con riferimento agli Strisciuglio «risultano di particolare interesse» le indagini sull’omicidio di Michele Walter Rafaschieri e sul tentato omicidio del fratello Francesco Alessandro che hanno consentito di documentare le mire espansionistiche del clan della «Luna» sul rione «Madonnella di Bari da sempre controllato dalla famiglia dei Di Cosimo-Rafaschieri sotto l’egida del clan Parisi-Palermiti». Nel panorama delinquenziale del capoluogo, infine, il clan Parisi, storica consorteria del quartiere Japigia, «continua ad essere strutturato in una serie di sottogruppi autonomi che operano in sinergia nella gestione delle attività criminali sui rispettivi territori delle aree del capoluogo o nei paesi dell’hinterland. Tra questi il più influente è il gruppo Palermiti che opera in “comparanza” con gli Anemolo nel quartiere Carrassi», dove si erano registrate mire espansionistiche del clan Capriati.


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