Addio al generale Ferace, investigatore anti corruzione: arrestò un assessore con la mazzetta nelle mutande

generale ferace_regina elisabetta
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Giovedì 16 Giugno 2022, 07:58 - Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 19:23

Ha combattuto la corruzione a Roma e in Italia molto prima di Mafia Capitale ma anche prima di quella Tangentopoli che ha sconquassato la Prima Repubblica negli anni Novanta.
Il generale di brigata Francesco Ferace, 62 anni, era un grande carabiniere, un super investigatore, un vero servitore dello Stato. Già, era. Perché ieri il suo cuore ha smesso di battere mentre dormiva nella sua casa di Napoli. 
Una carriera da incorniciare. Laureato in Giurisprudenza, uscito dalla scuola militare della Nunziatella era stato spedito a farsi le ossa in Calabria. Nel 1991 venne chiamato a guidare la compagnia dei carabinieri di Ostia che in quegli anni, molto più di ora, era un territorio di frontiera dove la criminalità faceva il bello e cattivo tempo. Ed è qui che si distinse, mettendo a segno operazioni di rilievo.


Un super carabiniere che sapeva ascoltare le vittime ma anche parlare e convincere i criminali. Gli bastava fare il giro della caserma a quattr’occhi per convincere qualcuno a confessare. Memorabili le sue sfide investigative con Niccolò D’Angelo, ex vicecapo della Polizia, ma allora dirigente del commissariato di Ostia.
Ferace era intelligenza, velocità di azione, intuito, preparazione. Fu lui a mettere fine ad un sistema di corruzione messo in atto dal connubio politica-pubblica amministrazione tra Roma e Ostia. E lo fece con metodi innovativi per quegli anni: come è raccontato nel libro “Il caso Ostia”, scritto dal giornalista del Corriere della Sera Alessandro Fulloni, Ferace aprì un telefono a disposizione dei commercianti che, sotto anonimato, potevano denunciare vessazioni e ricatti di dirigenti comunali e politici. Fu uno dei primi ad utilizzare le telecamere nascoste per filmare i movimenti dei sospettati. E fu così che ammanettò nel centro di Roma l’assessore provinciale Lamberto Mancini con ancora una mazzetta nelle mutande. Una certa brutta politica gliel’ha giurata. E, probabilmente per questo, in passaggi cruciali, è stato frenato. 


Sposato con l’avvocato Maria Laura e padre di due figli Giuseppe e Stefano, non si è mai abbattuto continuando ad affrontare i nuovi incarichi con entusiasmo e senso del dovere. Tornò in Calabria a guidare il comando a Cosenza. Poi a Roma al reparto dei Carabinieri a Cavallo a Tor di Quinto. Ma poi anche la gestione dei collaboratori di giustizia e nucleo di falsificazione monetaria. La sua onestà e il suo senso delle Istituzioni erano un marchio indelebile. E così anche dopo il congedo venne chiamato a Castellammare di Stabia (Comune commissariato per mafia) come consulente per la gestione dei fondi del Pnrr. Ce ne vorrebbero di uomini così. Alle ore 16 l’ultimo saluto nella Chiesa di Piedigrotta a Napoli. 

 

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