Decapitò la moglie, ora viene accusato di aver ucciso altre due donne. Le sorelle delle vittime: "Da 22 anni aspettiamo giustizia"

Venerdì 3 Luglio 2020 di Emilio Orlando
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«Sono 22 anni che chiediamo giustizia per la morte di Elisea e Cristina, speriamo che il killer abbia finalmente un nome». Sono le parole accorate di Germano, Silvia Maria Lina e Adriana Marcon, sorelle e zie delle due donne massacrate nel 1998 dentro al chiosco di Rosolina Mare (Rovigo) dove è stato isolato il Dna di Gaetano Tripodi, l’autotrasportatore romano che nel 2006 decapitò la moglie nella piazzola di un benzinaio a Tor Bella Monaca lungo via Casilina.




L’uomo, morto in carcere qualche mese fa, è stato collocato sulla scena del crimine dopo che il suo profilo genetico è stato inserito nella banca dati del Dna della polizia criminale. «Siamo sempre stati convinti - racconta a Leggo l’avvocato Martino De Marchi, legale di parte civile della famiglia Marcon - che saremmo arrivati alla verità. E pensiamo che a uccidere le due poverette possano essere state più persone».




Infatti il prossimo 8 luglio il sostituto procuratore Maria Giulia Rizzo ha disposto l’accertamento irripetibile anche nei confronti di Karel Reznicek e David Moucha, cittadini cechi che furono indagati per il duplice omicidio. 
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