Roma, chiude il centro emergenza freddo: finiti i fondi e senzatetto costretti a tornare per strada

Venerdì 6 Marzo 2020 di Enrico Chillé
Roma, chiude il centro emergenza freddo: finiti i fondi e senzatetto costretti a tornare per strada

Ritrovarsi improvvisamente senza un posto in cui andare a dormire ed essere costretti a tornare in strada: è ciò che è accaduto ad un gruppo di senzatetto che, durante questo inverno e fino a sabato scorso, avevano alloggiato presso un centro di accoglienza per l’emergenza freddo in zona Pineta Sacchetti. Domenica scorsa è giunta la peggiore delle sorprese: la struttura era stata chiusa, ufficialmente per mancanza di fondi, ma senza ulteriori spiegazioni.

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A denunciare la situazione è Antonio P., 61 anni, uno dei tanti senzatetto che sono stati ospiti della struttura di via Gioacchino Ventura: «I fondi erano stati stanziati per tutto l’inverno, dove sono finiti?». La stagione invernale, finora, è stata mite, ma è facile dirlo per chi ha la certezza di un tetto sopra la testa. Proprio da domenica, in coincidenza con un brusco calo delle temperature, decine di persone si sono ritrovate improvvisamente in strada.

«Erano stati gli assistenti sociali a mandarci in quella struttura. Non c’era acqua calda né riscaldamento, ma almeno avevamo un posto al chiuso in cui dormire e il 27 dicembre scorso avevamo anche pranzato con la sindaca Raggi. Ora siamo costretti a chiamare ogni giorno la sala operativa per sapere se ci sono posti liberi in altre strutture - racconta Antonio a Leggo -. Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni, avvertiamo un’indifferenza totale. Si parla tanto di aiutare i più deboli e i meno fortunati, ma poi succedono queste cose. Dopo la chiusura del centro, io e altre due persone siamo andati a dormire nella sala d’attesa dell’Umberto I, cosa che per legge non avremmo neanche potuto fare. Altri sono andati al San Carlo, altri ancora hanno dormito in strada, nei sacchi a pelo».

La situazione è delicata e insostenibile. Antonio P. infatti spiega: «Molti di noi hanno diversi acciacchi, io stesso ho bisogno di prendere medicine ogni giorno. Ci spaventa anche il Coronavirus, siamo molto preoccupati perché abbiamo condizioni di salute già precarie. Quel centro, con tutti i suoi difetti, per noi era l’unica salvezza: eravamo tanti, italiani e stranieri, e si era sviluppato un forte senso di comunità. Perché nella necessità e nel bisogno non ci sono differenze che tengano».
 

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