Inchiesta Trivulzio, gli infermieri: «Noi minacciati se usavamo le mascherine». Le testimonianze in procura

Martedì 21 Aprile 2020 di Greta Posca
«Ci minacciavano se usavamo le mascherine, non dovevamo spaventare i pazienti». Sono cominciate ieri le testimonianze di infermieri e operatori nell’inchiesta della Procura su presunte irregolarità nella gestione dell’emergenza virus al Pio Albergo Trivulzio.

Stando ai racconti dei lavoratori e a una lettera di diffida inviata dai sindacati Cisl-Cgil ai vertici della struttura (tra cui il dg Giuseppe Calicchio, indagato per epidemia e omicidio colposi) gli operatori avrebbero ricevuto le mascherine per proteggere loro stessi e gli ospiti solo il 23 marzo. E gli stessi sindacati avevano parlato delle «velate minacce» agli operatori. Anche tra lo stesso personale del Trivulzio, però, in questi giorni sono volate accuse incrociate tra chi difende i vertici e chi li accusa. Il Trivulzio in un documento scrive che già «dal 22 febbraio» iniziò a isolare i pazienti con sintomi, anche se non poteva fare tamponi perché riservati solo «agli ospedali», e che ha sempre fornito le mascherine pur nelle difficoltà di «approvvigionamento». Nel frattempo, si indaga anche sul ricovero di pazienti con polmoniti già da gennaio nel reparto di degenza geriatrica Pringe del Pat, altro fattore che potrebbe aver alimentato i contagi. Il Trivulzio fece da centrale di smistamento di quei malati, un «servizio», si legge in un documento del 14 marzo, che svolgeva per conto della «Unità di crisi di Regione».

«Stanno continuando a trasferire i pazienti da un reparto all’altro, senza aver fatto nemmeno i tamponi, lo fanno la sera di nascosto, gli anziani continuano a morire». Racconta una operatrice sociosanitaria che lavora al Trivulzio da 31 anni. Lo conferma anche il Comitato giustizia per le vittime: «Dalle informazioni non ufficiali, da inizio marzo sono circa 200 gli anziani deceduti su mille degenti, circa 200 sono quelli positivi, il personale è fortemente sotto organico, su 1.100 operatori sanitari quasi 300 sono a casa in malattia. Bisogna intervenire subito per salvare le vite dei nostri genitori e nonni». Lo scrive in una nota Alessandro Azzoni, portavoce del Comitato. E al don Gnocchi la cooperativa Ampast ha inviato una contestazione disciplinare ai lavoratori che hanno denunciato per diffusione colposa di epidemia l’Istituto Palazzolo Fondazione don Gnocchi, facendo così scattare l’indagine. L’accusa è di avere «leso l’immagine» della cooperativa.
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