Così i finti operai rubano le ruspe da spedire all’Est: colpi per 700mila euro, la base in un campo rom

Giovedì 2 Dicembre 2021 di Giammarco Oberto

Si erano specializzati in furti “di peso”: camion, ruspe, escavatori, mezzi da lavoro dal grande valore, da spedire su mercati esteri, nell’Europa dell’Est, Romania e Bulgaria soprattutto. E nel loro “lavoro” erano davvero efficienti. Perché i colpi della banda di rom smantellata ieri con un blitz all’alba dai carabinieri della Compagnia di Rho, coordinata dalla procura di Milano, erano pianificati in ogni dettaglio. Facevano sopralluoghi nei cantieri, appuntavano orari e movimenti delle maestranze, preparavano targhe clonate dei mezzi presi di mira, poi entravano in azione, camuffati da operai, con caschetti e pettorine cartarinfrangenti. Dieci minuti e il mezzo prendeva il volo.

LA BANDA. In sette sono finiti in manette, per altri due è scattato invece l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Sono tutti e nove italiani, otto dei quali di etnia Rom. Sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti aggravati (13 episodi) e ricettazione (8) di autovetture e mezzi d’opera. Sedici mezzi sono stati recuperati e riconsegnati ai proprietari.

LA TECNICA. In sei mesi hanno inanellato decine di colpi, nei cantieri tra Milano, Pavia e Varese, per un valore complessivo di 700mila euro. La tecnica era ben rodata ed efficace: scelto l’obiettivo, preparavano una targa “pulita”, un duplicato di un mezzo identico realizzata con una gomma morbida che poi attaccavano con il nastro adesivo su quella del mezzo da far sparire. Studiati i movimenti del cantiere, si presentavano travestiti da operai durante la pausa pranzo, forzavano l’accensione della ruspa o del camion e ripartivano, con un’auto davanti a fare “la lepre” in caso di posti di blocco. Comunicavano in dialetto tramite cellulari di vecchia generazione, con sim intestate a prestanome, perlopiù extracomunitari. Abbandonavano la refurtiva in piazzali di aree industriali o persino in strade di zone residenziali: in questo caso intorno al mezzo allestivano un finto cantiere, con cartelli e transenne, affinché la refurtiva non desse nell’occhio. Passati alcuni giorni, quanto ritenevano che le acque si fossero chetate, lo prelevavano, lo caricavano sui rimorchi di camion guidati da autisti compiacenti e spedivano tutto - con tanto di documentazione falsa per passare le dogane - verso i Paesi dell’Est, ai loro ricettatori.

L’INDAGINE. Un colpo di fortuna ha dato il via all’operazione, nata durante il lockdown: il ritrovamento, il 4 febbraio 2020, di un suv Audi Q5 con targa clonata. Era nel parcheggio - deserto a causa pandemia - di un hotel di Lainate. Da lì, tassello dopo tassello, con pedinamenti e intercettazioni telefoniche e video, i carabinieri hanno ricostruito organigramma e movimenti della banda. La base operativa era nel campo nomadi di via Chiesa Rossa, a Milano. Ma il gruppo aveva anche un appoggio logistico in un’area industriale di Pieve Emanuele.

Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 12:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA