Nelle case per anziani 1689 morti. La procura: «Contromisure tardive»

Venerdì 24 Aprile 2020 di Giammarco Oberto
Dal 20 febbraio al 15 aprile nelle 57 residenze per anziani di Milano città sono morte 490 persone di Covid accertato e 1199 di Covid sospetto. Mentre sono stati 1280 i decessi non attribuibili al coronavirus, quelli che «si possono attribuire alla classica mortalità che nelle Rsa è sempre piuttosto rilevante».

Sono i dati riferiti dal direttore generale di Ats Milano città metropolitana, Walter Bergamaschi, in commissione consiliare del Comune riunita in videoconferenza. «La mortalità complessiva, cioè il totale dei decessi rispetto agli ospiti della struttura, è del 20% - ha spiegato Bergamaschi - mentre la percentuale dei decessi per casi sospetti o accertati Covid sul totale dei decessi è del 56%». Un anziano su due morto negli ultimi due mesi nelle Rsa, è stato ucciso dal Covid.

Si poteva contenere la diffusione del coronavirus nelle case per anzani? È il perno dell’inchiesta della procura di Milano, al lavoro sulle carte sequestrate nei blitz della guardia di finanza al Trivulzio e all’Istituto Don Gnocchi. E dai documenti depositati nelle indagini, in particolare quelli dell’Istituto superiore di sanità e della Regione, emerge un quadro in cui la bomba delle Rsa era stata sottovalutata. Fino almeno a metà marzo, per oltre tre settimane dallo scoppio dell’epidemia col primo caso a Codogno, il coronavirus ha potuto diffondersi in molte delle case di riposo al centro delle indagini milanesi anche per l’assenza di indicazioni - sia nazionali che regionali -  che raccomandassero a tutti gli operatori sanitari di usare le mascherine anche nel rapporto con tutti gli ospiti. Il 14 marzo, nelle indicazioni aggiornate dell’Iss, si raccomandava di usare le mascherine chirurgiche al personale in contatto con malati Covid e quelle ffpp2-3 per l’assistenza ai positivi «in procedure con aerosol». Mascherine che, invece, non erano raccomandate per il «contatto diretto con pazienti non sospetti Covid». Non sospetti anche perché in quella fase i tamponi per ospiti e personale delle Rsa non erano disponibili.

Già il 3 marzo, nelle indicazioni della Direzione Welfare della Regione (che si richiamavano alla normativa nazionale e anche alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità), si segnalava che «è documentato che le persone maggiormente a rischio di contagio sono coloro che sono stati a contatto stretto con paziente affetto da Covid-19». Nelle indicazioni, ad esempio, veniva scritto che per i pazienti «senza sintomi respiratori» non erano necessari i dispositivi di protezione e che per gli operatori sanitari in contatto con pazienti senza sintomi respiratori bastavano le disposizioni di protezione previste «per l’ordinario svolgimento della propria mansione».
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