Gianfelice Facchetti: «San Siro sempre nel cuore, lascerei quello stadio com’è»

Gianfelice Facchetti: «San Siro sempre nel cuore, lascerei quello stadio com’è»
di Ferruccio Gattuso
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Mercoledì 19 Maggio 2021, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 09:12

Un artista capace di passare dalla narrativa al teatro, con occhi fissi sulla realtà circostante. Occhi chiari e puliti, così simili a quelli di papà Giacinto, simbolo dell’Inter e della Nazionale. Gianfelice Facchetti ha imparato sin da piccolo a osservare le cose grandi e le cose piccole, e a cercare una connessione tra esse. Ci sono i giganti della Grande Inter che gli passano una mano sulla testa prima di andare a vincere e ci sono i piccoli comportamenti umani del tifoso quando ha a che fare con quella palla che rotola. Ecco, il calcio. Quello che ritorna in due opere che Gianfelice Facchetti porta al pubblico in questi giorni: la piéce teatrale “Puskas chi?” – in scena da questa sera al 24 maggio al Teatro Oscar - e il libro “C’era una volta a San Siro”.

Ferenc Puskas, mitico atleta ungherese: perché lui?

«Perché la sua è una storia di libertà e rinascita, di memoria e di malattia, e naturalmente di grandezza e miseria».

Per i lettori profani: chi era Puskas?

«Attaccante fuoriclasse, miglior giocatore della storia d’Ungheria, tre Coppe Campioni col Real Madrid. Simbolo del suo Paese, esaltato dal regime comunista in cui viveva, poi cancellato dalla memoria pubblica, addirittura spacciato per morto quando, dopo i moti di Budapest del 1956, si schierò con i rivoltosi e decise di non rientrare in Ungheria, dove giocava nell’Honved».

Come vive la sua storia sul palcoscenico?

«Ci pensa l’attore Fabio Zulli: fu lui a chiedermi un testo su Puskas. Zulli interpreta il medico Gabriel Tulipan che curò Puskas quando fu colpito dal morbo di Alzheimer. Pensate, questo gigante dimenticò chi era. Subì due emarginazioni, prima per l’ideologia, poi per la malattia».

Il tema del ricordo è anche quello del suo nuovo libro.

«In C’era una volta a San Siro ho immaginato che fosse lo stesso stadio a raccontare aneddoti avvenuti dentro di sé: dal calcio, alla musica. Ho parlato anche di tifosi comuni, di Torino e Juve, non solo di Inter e Milan. L’ispirazione è nata dal vedere gli stadi vuoti durante la pandemia. Ma non c’è solo nostalgia, ci sono anche le prospettive di una rinascita».

Lei è per mantenere San Siro o rinascere altrove?

«Se ragiono col cuore, per me San Siro è seconda casa, un luogo di famiglia. Ma ci sono le ragioni di una Milano che cambia: se il progetto è accettato da tutti, per primi i residenti, sarà un bene».

Come ha vissuto questo ultimo scudetto dell’Inter?

«Con grande felicità: non eravamo tra i favoriti, l’abbiamo vinto ogni giorno sul campo. Gran lavoro di Conte e dei calciatori».

Suo padre Giacinto avrebbe potuto giocare agli ordini di Conte?

«Scherza? Certo che si. Lui terzino a tutta fascia, difendeva e segnava. Pensi Facchetti a sinistra e Hakimi a destra, uno spettacolo».

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