Messina Denaro, una talpa nell'Arma vendeva i segreti del boss: voleva cedere foto e video a Fabrizio Corona

Il falso scoop sul covo non perquisito. Il fotografo indagato: «Sono stato onesto»

Una talpa nell'Arma vendeva i segreti di Messina Denaro
Una talpa nell'Arma vendeva i segreti di Messina Denaro
di Riccardo Lo Verso
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Giovedì 20 Luglio 2023, 23:44 - Ultimo aggiornamento: 22 Luglio, 08:22

«Uno scoop pazzesco», lo definiva Fabrizio Corona a cui era stato proposto di comprare del materiale investigativo scottante su Matteo Messina Denaro. Il passaggio successivo per il fotografo sarebbe stato tentare di piazzarlo sul mercato al miglior offerente, pompando «tesi complottiste» sulla cattura del latitante. Bisognava tingere di giallo la storia per renderla più appetibile ed alzare il prezzo. 
L’affare è stato stoppato dalla Procura di Palermo che ha arrestato Luigi Pirollo, maresciallo in servizio al Nucleo operativo della Compagnia di Mazara del Vallo, e il consigliere comunale della città trapanese, Giorgio Randazzo, eletto con la Lega e transitato in Fratelli d’Italia. 

Il militare avrebbe “trafugato” oltre settecento file, 768 per la precisione, suddivisi in 14 cartelle, dall’archivio dell’Arma ed è indagato per accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreto d’ufficio.

Il politico, che risponde di ricettazione, invece, avrebbe attivato il canale per arrivare a Corona (indagato a piede libero per tentata ricettazione). «Ho fatto il mio lavoro e mi sono comportato da cittadino onesto e corretto», il commento che il fotografo ha affidato al suo legale Ivano Chiesa. 

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LA RICOSTRUZIONE

Nel momento caldo, poche settimane dopo l’arresto del latitante, il fotografo si dava un gran da fare. La storia del padrino era diventata un terreno di caccia. Le microspie, però, erano già accese. Non era passato sotto traccia il fatto che il re dei paparazzi fosse riuscito a recuperare i messaggi audio che Matteo Messina Denaro si scambiava in chat con un’amica durante le sedute di chemioterapia alla clinica La Maddalena, a Palermo, dove fu arrestato il 16 gennaio scorso. Le conversazioni erano state rese note dalla trasmissione di Massimo Giletti, “Non è l’Arena”, in onda su La 7. 

Il 23 maggio Corona parlava dello «scoop pazzesco» di cui era in possesso «un consigliere regionale di Castelvetrano» (in realtà è consigliere comunale di Mazara del Vallo). La fonte veniva indicata in alcuni carabinieri che volevano «vendersi il materiale». La «merce» è stata proposta a Moreno Pisto, direttore del quotidiano on line “Mow”. Randazzo e Corona lo hanno incontrato il 25 maggio. Pisto era molto sospettoso, tanto da registrare il colloquio. Con la scusa di visionare i file è riuscito a copiarli. Quindi si è consultato con un amico giornalista, che lo ha messo in contatto con un poliziotto della squadra mobile di Palermo. Infine la scelta di raccontare la storia al procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, all’aggiunto Paolo Guido e al sostituto Pierangelo Padova («ma in accordo con Corona», sottolinea il legale del paparazzo). 

Pisto in Procura si è presentato con i file “rubati” che contengono una miniera di informazioni. Alcune note all’autorità giudiziaria, altre non ancora trasmesse. Le cartelle più interessanti sono denominate “No name”, “Mmd1”, “Intervento Estrai”. Raggruppano i verbali di sommarie informazioni dei vicini di casa del covo del padrino corleonese, in vicolo San Vito, a Campobello di Mazara, le confidenze fatte da un’amante del boss a un carabiniere, i racconti di un ex collaboratore di giustizia, le soffiate sulle pedine della rete riservata di Messina Denaro. Salta all’occhio un pdf denominato “agenda” con la scansione della rubrica dei contatti di Andrea Bonafede, il geometra che ha prestato l’identità al latitante per curarsi. 

LE PERQUISIZIONI

E poi c’è il piano operativo delle perquisizioni eseguite nelle ore successive all’arresto. Era stato trasmesso dal Ros alla compagnia di Mazara del Vallo alle 12.37 del 16 gennaio e girato via WhatsApp a tutti gli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati di effettuare le perquisizioni. Fra questi c’era Pirollo. Qui si innesta il tentativo di tingere di giallo la vicenda. Nella versione del file trafugata dal militare, per un errore di trasmissione, non era indicato tra i posti da perquisire il covo di vicolo San Vito in cui il padrino ha trascorso l’ultimo periodo di latitanza, intestato al suo alter ego Bonafede. Una circostanza usata dal carabiniere e dal suo presunto complice per ipotizzare che gli investigatori avessero ritardato la perquisizione della casa, magari per fare sparire dei documenti. Ed ecco servito lo scoop da piazzare al migliore offerente. Il giudice per le indagini preliminari Alfredo Montalto, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, riporta il movente individuato dalla Procura: «Alimentare teorie complottistiche» in modo da rendere «più appetibili» i documenti per i media.
«Una svista nel file di trasmissione ai comandi territoriali», hanno spiegato alla Procura dal Ros che dopo l’arresto ha perquisito tutti gli immobili riconducibili a Bonafede. In vicolo San Vito gli investigatori arrivarono nel pomeriggio, intorno alle 18.00, dopo aver ispezionato altri immobili. Nessun dubbio che sia stato Pirollo a trafugare il materiale. Gli accessi sono stati fatti con la sua password e i file erano anche nella memoria del suo computer di servizio. «Una personalità priva di scrupoli», lo definisce il giudice. Parole dure anche nei confronti del politico che avrebbe cercato di «monetizzare l’illecito commesso anche a rischio di gettare ulteriore discredito sulla comunità» trapanese, già provata dalle indagini sulla rete di complicità del padrino. Ci sono altri file in circolazione? Ed ecco giustificata, secondo il gip, la necessità di applicare agli indagati la custodia cautelare degli arresti domiciliari. 

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