WhatsApp, offendeva i capi in chat. La Cassazione: «Nessuna sanzione, è permesso»

Respinta la richiesta di una società di vigilanza privata in merito al comportamento di un suo comandante per i suoi giudizi in una chat privata

Offende i suoi capi su WhatsApp, la Cassazione: «Nessuna sanzione, è permesso»
Offende i suoi capi su WhatsApp, la Cassazione: «Nessuna sanzione, è permesso»
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Lunedì 11 Aprile 2022, 19:36

Sparlava dei suoi capi su WhatsApp, ma non sarà punito. A stabilirlo è la Cassazione che ha respinto la richiesta di una società di vigilanza privata, la Italpol Spa, in relazione al comportamento del dipendente. Il comandante delle guardie giurate di Udine aveva accusato e pesantemente criticato il top management in una chat con una ex collega.

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La Suprema Corte ha deciso che parlare male, anche con «giudizi pesanti e lesivi» del presidente e degli amministratori delegati della società per cui si lavora «non è una condotta in sè idonea a violare i doveri di correttezza e buona fede». Il dipendente che esprime valutazioni negative e «dal contenuto discutibile» sul gotha aziendale non incorre, quindi, in sanzioni disciplinari, né tanto meno perde il posto di lavoro. 

Tutte le tracce dei giudizi del comandante di Udine erano rimaste su un pc in ufficio ed erano quindi emersi i contenuti della chat incriminata: ne era nata la richiesta di provvedimenti per aver «criticato e denigrato» i responsabili dell'impresa. A tale accusa si erano aggiunte altre due contestazioni disciplinari per non aver denunciato un'aggressione subita da una guardia giurata su un autobus e per aver omesso di segnalare per cinque mesi alla questura di Udine i turni di servizio. 

Sia in primo sia in secondo grado, la conversazione sulla chat era stata ritenuta priva di rilievo disciplinare. La società, però, non si era arresa e in Cassazione aveva sostenuto che «erroneamente» si era chiuso un occhio sulla «gravità delle espressioni scambiate».

Ma anche la Corte Suprema ha ritenuto che non ci sia nulla da aggiungere a quanto deciso dalla Corte d'appello di Trieste che, «con apprezzamento di merito non censurabile», ha stabilito che «tali dichiarazioni dovevano essere valutate specificamente nel contesto in cui erano state pronunciate, vale a dire in una conversazione extralavorativa e del tutto privata senza alcun contatto diretto con altri colleghi di lavoro». La conseguenza, aggiunge il verdetto 11665 della Sezione Lavoro, è che «anche sotto il profilo soggettivo le stesse espressioni erano circoscritte a un ambito totalmente estraneo all'ambiente di lavoro». 

Sul canale WhatsApp che, secondo Italpol, avrebbe una aumentata potenzialità lesiva, la Cassazione conferma che «resta irrilevante lo strumento di comunicazione utilizzato». Chiariscono infatti gli ermellini: «Premesso che non integra una condotta in sè idonea a violare i doveri di correttezza e buona fede nello svolgimento del rapporto l'aver espresso in una conversazione privata e fra privati, giudizi e valutazioni, seppur di contenuto discutibile, ove, come nel caso in esame, sia stato escluso il fatto che tali dichiarazioni fossero anche solo ipoteticamente finalizzate a una ulteriore diffusione, resta irrilevante lo strumento di comunicazione utilizzato». 

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