Chi era Soumayla, il migrante ucciso in Calabria: «Non stava rubando, una casa ce l'aveva già»

Lunedì 4 Giugno 2018 di Enrico Chillè
Chi era Soumayla, il migrante ucciso in Calabria: «Non stava rubando, una casa ce l'aveva già»

«Qui ci trattano e ci ammazzano come cani solo perché siamo neri. Basta, non si può morire così per questa tendopoli». Sono infuriati e distrutti dal dolore gli amici e i colleghi di Soumayla Sacko, il 29enne maliano ucciso sabato a San Calogero (Vibo Valentia) da un uomo che, a bordo di una Panda, è sceso e ha fatto fuoco contro un gruppo di migranti che stavano recuperando delle lamiere da una fabbrica dismessa e abbandonata da tempo. In poco tempo si era diffusa la voce che Soumayla stesse rubando da una proprietà privata, ma col passare delle ore, come dichiarano anche i carabinieri che si occupano delle indagini, è emersa una realtà ben diversa.

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Soumayla, infatti, era un migrante regolare che lavorava come bracciante agricolo ed era attivo nel sindacato Usb. Chi lo ha conosciuto, ora, fa fatica a nascondere il dolore e la rabbia. In queste zone, infatti, nonostante le sbandierate operazioni contro il caporalato, molti migranti vengono sfruttati dai loro datori di lavoro, che solo sulla carta sono tenuti a garantire vitto e alloggio, minacciando anche di confiscare i loro permessi di soggiorno. La maggior parte dei migranti che vivono nelle tendopoli a San Ferdinando, ricostruite dopo il rogo che qualche mese fa uccise Becky Moses, hanno un regolare permesso o lo hanno richiesto ma sono costretti a lunghe attese. «Vorremmo reagire, ma abbiamo paura di ritorsioni, e se poi ci tolgono il permesso di soggiorno?» - spiegano alcuni migranti africani che conoscevano bene Soumayla - «Avevamo deciso di ricostruire tutto con delle lamiere, in modo da non rischiare nuovamente di morire in un incendio».

Per questo motivo Soumayla, sabato scorso, si era recato a San Calogero insieme a Madiheri Drame e Madoufoune Fofana, per recuperare dei materiali e aiutarli nella costruzione. «Ci sapeva fare, ed era sempre disponibile per darci una mano. Non abbiamo rubato a nessuno, sapevamo che quel posto era abbandonato e siamo andati lì. Soumayla non era un ladro, lui una casa ce l'aveva già, era venuto con noi solo per aiutarci» - raccontano i due sopravvissuti all'agguato - «Dopo circa un'ora che eravamo lì, è arrivato quest'uomo in auto che ci ha raggiunto sul tetto, iniziando a spararci, così siamo fuggiti al piano terra ma ha continuato a sparare. Siamo riusciti a strisciare via, ma Soumayla è stato colpito alla testa. Era una faccia conosciuta, l'avevamo già visto in zona».

Come riporta il Corriere della Calabria, il luogo dove è avvenuto l'omicidio è un'area di capannoni abbandonati, aperti solo con lo scopo di ottenere finanziamenti previsti dalla legge 488. Da tempo quell'area era stata sottoposta a sequestro, disposto dalla Procura in seguito al ritrovamento di 135mila tonnellate di rifiuti tossici e pericolosi. Il procuratore di Vibo Valentia, Bruno Giordano, pur senza sbilanciarsi ha dichiarato in merito alle indagini: «Sappiamo che molti erano infastiditi dalla presenza di migranti nella zona, c'erano state diverse segnalazioni. Che qualcuno possa aver voluto dare una lezione, o un avvertimento, è un'ipotesi possibile». Intanto, oggi il sindacato di cui faceva parte Soumayla oggi ha dichiarato lo sciopero generale. I sindacalisti, però, ora sono concentrati soprattutto nel tenere a bada la rabbia degli amici e dei colleghi del 29enne: «Sì, è stata una vera aggressione, ma adesso dobbiamo stare uniti e non dare a nessuno il pretesto per intervenire contro di voi. Bisogna ragionare con la testa, non con la pancia».
 


 



 

 

 

Ultimo aggiornamento: 14:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA