Nicola Colloca, trovato carbonizzato a Vibo Valentia: non più omicidio, assolti tutti gli imputati

L'assoluzione di tutti gli imputati è arrivata a seguito delle conclusioni della consulenza medico-legale disposta dal giudice

Giovedì 5 Maggio 2022
Cambio di rotta nel processo di Nicola Colloca, l'infermiere trovato carbonizzato nella sua auto. Assolti tutti gli imputati : è suicidio

Svolta nelle indagini sul processo per la morte di Nicola Colloca,  l’infermiere 49enne di Vibo Valentia (Calabria) morto lo scorso luglio. Il suo corpo venne trovato carbonizzato nell'abitacolo dell’Opel Corsa della moglie la notte tra il 25 e il 26 settembre del 2010. Se inizialmente la vicenda venne dapprima trattata come presunto omicidio, ma le indagini e il successivo procedimento giudiziario hanno rivelato un'altra verità: tutti gli imputati sono stati assolti e una perizia medico legale ha stabilito che l'uomo si tolse la vita.

 

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Gli imputati erano sette: Caterina Gentile, di 51 anni, moglie di Nicola Colloca, e Luciano Colloca (29), figlio dell’infermiere; Michele Rumbolà (65), Caterina Magro (44), Nicola Gentile (57) e Domenico Gentile (45), cognati dell'uomo. Per loro la contestazione era concorso in omicidio e distruzione di cadavere. Alla moglie, al figlio e a Michele Rumbolà, veniva inoltre contestata la premeditazione del delitto, mentre a moglie e figlio anche l’aggravante di aver agito contro un familiare nei primi due reati. Abbreviato secco avevano invece scelto i coniugi Domenico Antonio Lentini (59) e Romanina D’Aguì (55), accusati di favoreggiamento personale per aver cercato, secondo l’accusa, di sviare le indagini fornendo false dichiarazioni ai carabinieri. I sette erano stati indagati nel novembre del 2017 dalla Procura di Vibo a seguito delle risultanze investigative condotte dai carabinieri.

L'assoluzione di tutti gli imputati è arrivata a seguito delle conclusioni della consulenza medico-legale disposta dal giudice e il rigetto della richiesta avanzata dalla Procura e dalla parte civile di eseguire un’altra perizia medica. In particolare, il professore Pietro Tarsitano, già direttore del reparto di Medicina legale dell’ospedale Cardarelli e attualmente docente dell’Università di Napoli, aveva stabilito che quello di Colloca era un suicidio e non un omicidio come sostenuto dall’accusa sulla base della perizia dello specialista Arcudi (che aveva svolto i primi accertamenti sul decesso). Ma, successivamente, il dottore ha riconosciuto che la morte dell'infermiere conseguì ad un arresto cardiaco per l’esposizione del corpo della vittima ad una violenta azione termica innescata dall’incendio e dall’esplosione della miscela (benzina-aria contenuta nella bottiglietta). 

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Dagli esami, inoltre, è emersa la presenza di tracce di cloroformio nei tessuti della vittima. Dato che c'era semore ik dubbio su come l’infermiere si fosse lasciato bruciare senza che prendesse il sopravvento una reazione o istinto di sopravvivenza? La presenza di tale sostanza rappresenta una spiegazione plausibile a giudizio del consulente del magistrato. Il perito sosteneva l'assoluta compatibilità dell’assunzione di cloroformio con il successivo appiccamento dell’incendio. E, oltre a tutto questo, è risultato carente «la proprio dell’evento omicidiario, tale da fondare l’assoluzione con formula piena, non avendo alcun elemento da cui poter inferire che a seguito della pianificazione dell’omicidio da parte di Gentile Caterina, Colloca Luciano e Michele Rumbolà per motivi economici e sentimentali non ulteriormente circostanziati e riscontrati, sia stato poi eseguito materialmente il delitto da parte del figlio Luciano mediante un colpo alla testa inferto con un calcio di pistola, mai rinvenuta o ricercata».

 

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