Pornhub, l'inchiesta choc: «Guadagna con le immagini degli stupri dei minorenni»

Venerdì 4 Dicembre 2020 di Silvia Natella
Pornhub, l'inchiesta choc: «Guadagna con le immagini degli stupri dei minorenni»

Pornhub è lo Youtube del porno e durante il lockdown della scorsa primavera si è distinto per aver offerto gratuitamente i suoi contenuti. Da un'inchiesta pubblicata sul New York Times sarebbe emerso che il sito guadagnerebbe anche attraverso la diffusione di immagini di stupri di migliaia di minorenni. Secondo quanto riportato dal giornale americano, inoltre, continuerebbe a monetizzare nonostante le richieste di eliminare i video incriminati. Una prassi che rischia di rovinare la vita delle vittime.

 

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 L'inchiesta porta la firma del premio Pulitzer Nicholas Kristof ed è una denuncia vera e propria nei confronti del sito canadese. Come Youtube, Pornhub condivide sulla piattaforma i video caricati direttamente dagli utenti. Tra le immagini che finiscono sul sito ci sarebbero anche quelle di stupri di migliaia di minorenni di entrambi i sessi, di età e nazionalità diverse. Anche questi filmati contribuirebbero al profitto.

 

Ogni anno finiscono su Pornhub 6,8 milioni di nuovi video e alcuni mostrano abusi su ragazzi dall'età incerta e difficilmente verificabile.  Kristof ha scoperto centinaia di migliaia di video e intervistato le vittime degli abusi. In molti avrebbero chiesto inutilmente di eliminare i filmati che li ritraggono, ma in alcuni casi anche la cancellazione potrebbe rivelarsi vana perché c'è la possibilità che qualcuno degli utenti lo abbia già scaricato. «Pornhub è diventato il mio sfruttatore. Continua a vendermi», ha raccontato una 23enne costretta a prostituirsi dopo essere stata adottata. 

 

 «Stanno facendo soldi con il momento peggiore della mia vita, con il mio corpo», spiega una ragazza colombiana vittima di prostituzione minorile quando aveva 16 anni. Con 3,5 miliardi e mezzo di visite al mese, Pornhub è il decimo sito web più visitato al mondo e non eseguirebbe abbastanza controlli sui contenuti che vengono pubblicati. I gestori respingono le accuse e si rifiutano di rispondere alle domande del New York Times. Al momento non sono responsabili di video pubblicati da altri. 

Ultimo aggiornamento: 20:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA