Monica Guerritore, l'appello al governo: «La Rai adesso salvi il teatro. Meglio in tv che chiuso per sempre»

Martedì 27 Ottobre 2020 di Monica Guerritore
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Ho combattuto tanto, lottato chiedendo: fateci restare aperti, nelle retrovie a tenere alti i cuori e la mente degli spettatori. Ho scongiurato a nome di tutti i miei colleghi di poter restare in piedi, sul palco a dare conforto ai nostri concittadini! 
Ma c’è stata la chiamata alle armi e ci hanno detto: via da lì!
Io sono un attrice, interpreto, e per interpretare mi devo mettere nei panni degli altri... anche del Governo che deve prendere decisioni terribili. Come ho visto io il barista di Napoli, un uomo grande e grosso nel suo bar tirato a lucido, che piangeva l’hanno visto anche loro... e comunque hanno dovuto farlo. E a piangere cosi sono in tanti: ma... se avessero ragione? Dobbiamo vincere la guerra e la nostra tattica ora è chiudere.
Ma perché i teatri che sono sicuri? Perché non è tanto il “luogo interno” che è a posto ma (mi dicono) è all’entrata e all’uscita che il bastardo saltella di qua e di là. La strategia? Chiamiamola “stop and go” Per capirci meglio “a soffietto”, “a fisarmonica”? 
Strategia tutta italiana che, se funziona, ci rimette subito in testa alla classifica di chi è stato più gagliardo a vincere il virus.
Chiudiamo ora quasi tutto, schiacciamogli un po’ la testa al bastardo e riapriamo. Poi se rialza la testolina di nuovo chiudiamo e riapriamo. E ogni volta, subito, noi ci saremo. Nelle retrovie, non in prima in linea come la Sanità, ma nelle retrovie, sul palco, riprenderemo a dare conforto e ristoro con i nostri racconti. Dobbiamo passare l’inverno, che è lungo.
Il Teatro è un servizio sociale e deve riprender tra i primi... con forza chiederemo che il tempo della chiusura vada modulata. Dieci giorni? Due settimane? Appena si abbassa un po’ la linea del contagio. 
È ora che ci si accorga di quanto il Teatro sia, al pari della Scuola, essenziale per la società, per la formazione di un pensiero, per la rinascita culturale per fare comunità. È un bene immateriale? Si, ma il mondo sta cambiando perché noi stiamo cambiando. E bisogna cambiare paradigma: il benessere non è più solo il benessere materiale, è il benessere della persona, l’attenzione alle cose che contano, la magia dei racconti, gli affetti ritrovati, l’abbraccio delle persone. Sono tutti beni immateriali che abbiamo capito quanto siano importanti per vivere. 
Il Teatro e il Cinema servono a dare conforto, svago, in un inverno terribile a un Paese sbandato e infelice. Perché il Teatro con i suoi racconti immortali ha anche un’altra funzione: veste le ombre che ci inquietano - quelle dei sogni e dei pensieri insistenti - con abiti familiari. E, nella rappresentazione sul palco cosi vera da sembrare vera, il Teatro da un ordine al nostro caos interiore.
E’ difficile farlo in presenza? Poche persone potranno assistere? Il Teatro è da sempre un arte popolare ed è ora che la Televisione pubblica apra le porte. E’ nel suo contratto di servizio. Non lo ha fatto nel primo lockdown quando abbiamo fatto appelli (anche sul vostro giornale), proposto idee, ci siamo messi a disposizione. Se ci avessero aperto le porte, ora tutti i cittadini - da Palermo a Aosta - potrebbero (una sera a settimana) vedere uno spettacolo adattato da un grande testo, in prima serata su una Rete generalista. E non di nascosto, un’opera per lo più sperimentale a notte fonda su Rai 5.
Il pubblico lo chiede, lo aspetta, anche quello che non va mai a teatro ma che non può emozionarsi, coinvolgersi e trarre giovamento, in questi mesi terribili, solo da infinite messe in onda di quiz, programmi di cucina e sfilate di vecchie stelle della canzone. Non può... E non basta la storia di un medico che fa ascolti. Non basta... 
Ci vuole anche la capacità artistica di un autore, la forza di interpreti e l’autorevolezza della parola Teatro per illuminare almeno una delle nostre sere davanti alla Tv .
E poi ci siamo noi: le attrici e gli attori che da marzo hanno i loro costumi chiusi in teatri sbarrati. Per noi nasce (è in Parlamento alla Commissione Cultura) il RAAI, un Registro professionale che conta già 2500 registrati che si attiverà per proteggere anche economicamente i 20.000 circa uomini e donne che fanno del teatro la loro professione e che non sono fantasmi.
C’è tanto lavoro da fare. Ci stiamo organizzando. Ha da passà a nuttata... (anche questo è Teatro... Ricordate...?)

Ultimo aggiornamento: 16:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA