Alunni imbrattano il bagno di feci, la maestra li rimprovera e i genitori la denunciano: condannata a un mese e 20 giorni

Alunni imbrattano il bagno di feci, la maestra li rimprovera e i genitori la denunciano: condannata a un mese e 20 giorni
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Giovedì 7 Aprile 2022, 11:40 - Ultimo aggiornamento: 11:46

Vita dura quella dei supplenti a scuola, talvolta ben poco considerati dagli studenti. Ad una docente la sostituzione di una collega in una scuola elementare di Fornovo Taro, nel Parmense, è costata addirittura una condanna per abuso di mezzi di correzione. La sentenza ai danni di una maestra di sessanta anni è stata di un mese e venti giorni, con il beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione, ma con l'obbligo, oltre ai propri avvocati, di pagare le spese processuali.

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La vicenda risale a quattro anni fa quando, durante proprio un giorno di supplenza in una quinta elementare della provincia di Parma, la donna ha dovuto fare i conti con uno scherzo davvero di pessimo gusto. Un bambino, rimasto ignoto, aveva imbrattato in malo modo i muri dei bagni dei maschietti con delle feci e la bidella, piombata nella classe della maestra, aveva iniziato a protestare, sicura che l'autore del gesto fosse in quell'aula. La notizia però fu accolta con il caos dagli altri ragazzini che iniziarono ad uscire dalla classe per andare a vedere cosa fosse successo nel bagno. A quel punto la maestra avrebbe richiamato tutti all'ordine.

La versione invece di alcuni genitori, supportati dal racconto dei figli, è che la sessantenne abbia non solo alzato la voce ma anche le mani afferrando per il colletto un bimbo e insultando furiosamente gli altri. Da qui la denuncia ai Carabinieri. In Tribunale la maestra si è difesa dicendo di avere solo minacciato i piccoli di mandarli dalla preside, nessun insulto e nessun strattone. In più i legali della donna, chiedendo l'assoluzione della supplente, aveva sottolineato come i racconti dei testimoni non fossero coincidenti fra loro. Contraddittorietà ammesse anche dall'accusa che aveva pure lei chiesto l'assoluzione «perché il fatto non sussiste». Il giudice invece ha creduto alla ricostruzione delle famiglie ed ha condannato la donna. Un verdetto che il sindacato degli insegnanti Gilda, presente alla lettura della sentenza, contesta auspicandosi che l'insegnante «scelga di ricorrere nei successivi gradi di giudizio e ancora una volta rivendica che le autorità preposte non procedano solo e sempre a carico degli insegnanti. La Gilda degli Insegnanti pretende che gli organi periferici del Ministero dell'Istruzione, intesi come Ufficio scolastico regionale dell'Emilia Romagna, Ufficio Territoriale di Parma e Piacenza, insieme ai dirigenti scolastici tutti, avviino le procedure, previste dalla legge, a carico di chi non educa i figli, per questo tipo di azioni hanno a disposizione l'Avvocatura dello Stato. La »colpa in educando« è ben richiamata non solo nel Codice Civile (art. 2048) ma anche nella Costituzione (art.30), non si è mai vista un'amministrazione pubblica essere così reticente di fronte a fatti evidenti. Troppo comodo scaricare tutto sui docenti, noi non ci adegueremo mai a ciò».

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