Intercettazioni, via libera del governo alla riforma. Gentiloni: «Non limitiamo l'uso ma contrastiamo l'abuso»

Giovedì 2 Novembre 2017

Il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro della Giustizia Andrea Orlando, il decreto legislativo che riforma la disciplina delle intercettazioni. Il testo dovrà ora passare all'esame delle commissioni parlamentari Giustizia per i pareri e poi tornare in Consiglio dei ministri.

Il varo arriva a ridosso della scadenza della delega che scade il 3 novembre. Il provvedimento mira a regolamentare in maniera più stringente l'utilizzo di questo indispensabile strumento investigativo, per evitare che conversazioni non rilevanti ai fini delle indagini e attinenti la vita privata, possano finire negli atti processuali e da qui sui giornali. 

«Noi non limitiamo l'uso delle intercettazioni ma contrastiamo l'abuso, sappiamo che questo strumento è fondamentale per le indagini e in nessuno modo vogliamo limitare la possibilità di disporre di uno strumento per la magistratura fondamentale per contrastare i reati più gravi ma è evidente che in questi anni ci sono stati frequenti abusi», ha detto il premier Paolo Gentiloni, illustrando il provvedimento approvato. 

«Questo lavoro è stato fatto da diversi governi e con diverse difficoltà nell'arco di 15 anni», ha aggiunto il premier alludendo ai tentativi che nel tempo si sono susseguiti per riformare l'uso delle intercettazioni. «Essere arrivati a un punto di equilibrio - ha sottolineato - è fatto rilevante, di cui è utile dare atto al ministro e la governo. Dopo anni di discussione abbiamo finalmente una soluzione che a mio avviso è giusta ed equilibrata». La riforma, ha continuato il premier, «disciplina un uso più stingente (degli ascolti, ndr) senza ledere il diritto di cronaca».

«Il provvedimento sulle intercettazioni affronta un tema annoso, non restringe la facoltà dei magistrati di utilizzare le intercettazioni», «abbiamo messo una serie di vincoli che non restringono la capacità di indagine ma riducono il rischio della fuga di notizie se non sono legate a fatti penalmente rilevanti», ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. «Le intercettazioni non sono disposte per far luce sulla sfera personale dei singoli ma per perseguire reati», ha aggiunto.

Il testo inserisce dei vincoli alla trascrizione delle conversazioni nelle richieste dei pm e nelle ordinanze dei giudici: «Quando è necessario, sono riprodotti soltanto i brani essenziali», dispone infatti il provvedimento. Non vengono però compromessi i virgolettati dei colloqui captati, che in una bozza preparatoria del decreto erano stati vietati e sostituiti da sunti delle conversazioni: dopo il confronto con avvocati e magistrati, questa previsione è stata cassata.

Viene poi istituito presso l'ufficio del pm un archivio riservato delle intercettazioni la cui «direzione» e «sorveglianza» sono affidate al procuratore della Repubblica e il cui accesso - registrato con data e ora - sarà consentito solo a giudici, difensori e ausiliari autorizzati dal pm. Quanto ai mezzi per intercettare, si delimita l'uso dei «trojan», ossia i captatori informatici, in pc o smartphone, che «pur ampiamente praticato nella realtà investigativa, non è stato in precedenza oggetto di alcuna regolamentazione a livello normativo», riporta la relazione illustrativa che accompagna il decreto.

Ora l'obiettivo è quello di consentirne sempre l'impiego, senza particolari vincoli, per i reati più gravi, in primis terrorismo e mafia, prevedendo invece che per gli altri reati debbano essere esplicitamente motivate, nei decreti di autorizzazione, ragioni e modalità. La riforma semplifica inoltre l'impiego delle intercettazioni nei reati più gravi contro la pubblica amministrazione commessi da pubblici ufficiali, uno strumento per rendere più efficace il contrasto alla corruzione. Fatto salvo il diritto di cronaca, è previsto il carcere fino a 4 anni per chi diffonde riprese audiovisive e registrazioni di comunicazioni effettuate in maniera fraudolenta per danneggiare «la reputazione o l'immagine altrui».

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