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Sottile: «Il prossimo raccolto non ci sarà. Per alcuni Paesi sarà devastante»

Sottile: «Il prossimo raccolto non ci sarà. Per alcuni Paesi sarà devastante»
di Valeria Arnaldi
3 Minuti di Lettura
Martedì 29 Marzo 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 07:41

«Le reazioni del mondo agroalimentare alla guerra in Ucraina non hanno effetto immediato, ma si vedranno più avanti. E aggraveranno fenomeni già in atto». Per Francesco Sottile, responsabile scientifico agricoltura per i progetti Slow Food, il conflitto è un “acceleratore” di problematiche già evidenti, in taluni casi drammatiche: la scarsità di risorse in determinati Paesi e, di conseguenza, la fame a livello globale. Come inciderà il conflitto sulle risorse alimentari? «Partiamo dal presupposto che stiamo già assistendo a una forte variabilità di prezzi nel mondo agricolo, riconducibile ai cambiamenti climatici. Il perdurare della guerra può portare a situazioni di instabilità per quanto riguarda la disponibilità di derrate alimentari specifiche, andando quindi ad aggravare lo stato delle cose. Anche perché nei Paesi coinvolti nel conflitto, questa è stagione di semina, ed è ovvio che, se non si può seminare, successivamente ci si troverà di fronte a ulteriori riduzioni nei quantitivi di materie prime disponibili». L’Italia sarà colpita da questi “cali”? «Non in modo particolare, in quanto non è il primo importatore di frumento dall’Ucraina». Cosa comporterà, invece, per i Paesi dove il dramma della fame è centrale? «Ci sono comunità in Kenya e Uganda che, già ora, mostrano la realtà terribile dei loro territori, dove la siccità mette a durissima prova la produzione alimentare della comunità rurale. Nel Corno d’Africa, si deve decidere se usare l’acqua per la sopravvivenza delle popolazioni o per dare da bere agli animali, che muoiono di sete. La guerra tra Russia e Ucraina peggiorerà ulteriormente queste situazioni». C’è anche il tema di fertilizzanti e pesticidi. «La Russia è uno dei principali produttori di fitofarmaci. E gli effetti si stanno già vedendo. L’agricoltura tradizionale ne risente. I costi legati alla produzione sono aumentati». Cosa si può fare? «Il conflitto deve diventare lo spunto per ripensare il modo di fare agricoltura. Bisognerebbe accelerare il percorso di rafforzamento delle politiche agricole, guardando a modelli di sostenibilità e resilienza, in modo da contrastare la crisi climatica e anche quella politica».

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