Autobomba a Limbadi, l'innesco è un mistero: «Come l'hanno fatta scoppiare?»

Martedì 10 Aprile 2018
Autobomba a Limbadi, l'innesco è un mistero: «Come l'hanno fatta scoppiare?»

Autobomba e giallo a Vibo Valentia, una delle province a più alta densità mafiosa in Italia, dove ieri un 42enne, Matteo Vinci, è stato ucciso e suo padre gravemente ferito. I carabinieri del comando provinciale di Vibo, che stanno conducendo le indagini sull'attentato, avvenuto ieri nelle campagne di Limbadi, sono davanti ad un mistero: come é stata azionata la bomba che ha ucciso Matteo e ferito gravemente il padre Francesco? Un dato acquisito alle indagini é che l'ordigno utilizzato per l'attentato sia stato collocato sotto la Ford Fiesta sulla quale viaggiavano Matteo Vinci ed il padre. Ma come é stato fatto scoppiare?

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L'ipotesi che su questo specifico punto dell'indagine viene presa maggiormente in considerazione dagli investigatori é quella di un radiocomando a distanza. Ma non si esclude neppure quella di un timer. In ogni caso, si fa rilevare negli ambienti investigativi, si é trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l'elevato livello criminale di chi aveva ha progettato l'uccisione di Matteo Vinci e del padre. Persone non considerate legate alla 'ndrangheta, ma che, evidentemente, erano finite nel mirino di esponenti di primo piano della criminalità organizzata del vibonese. 

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L'AGGRESSIONE A OTTOBRE Francesco Vinci, il 73enne ferito gravemente ieri nello scoppio dell'autobomba in località «Cervolaro» di Limbadi in cui é rimasto ucciso il figlio Matteo, fu vittima lo scorso ottobre di un'aggressione messa in atto da persone nei confronti delle quali sono in corso le indagini dei carabinieri. L'episodio si verificò a breve distanza dal luogo in cui é avvenuto l'attentato di ieri, in prossimità del terreno della famiglia Vinci attiguo a quello dei Di Grillo-Mancuso.

Proprio sulla delimitazione del confine tra i terreni é in atto da tempo una disputa tra la famiglia Vinci e quella dei Grillo-Mancuso che sarebbe stata la causa scatenante della rissa avvenuta nel 2014 che vive contrapposti, da una parte, Francesco e Matteo Vinci e, dall'altra, Rosaria Mancuso, sorella dei capi della cosca, ed il marito Domenico Di Grillo, arrestato nella tarda serata di ieri dai carabinieri per la detenzione abusiva di un fucile. E proprio i contrasti di vicinato rappresentano una delle ipotesi che i carabinieri, coordinati dai maggiori Dario Solito e Valerio Palmieri, stanno valutando per risalire al movente dell'attentato di ieri.
 

 

Di Grillo, di 71 anni, è marito di Rosaria Mancuso, sorella dei capi dell'omonima cosca di 'ndrangheta Giuseppe, Francesco, Pantaleone e Diego. L'arresto é stato eseguito nell'ambito delle indagini sullo scoppio della bomba ed é scattato dopo che nella sua abitazione é stato trovato un fucile di provenienza illecita, insieme a 46 cartucce per la stessa arma. I carabinieri stanno valutando anche la possibilità di un collegamento tra l'uccisione ieri di Matteo Vinci e la lite tra la vittima e il padre, lo stesso Di Grillo ed altri esponenti della cosca Mancuso. 

Ultimo aggiornamento: 14:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA